umberto eco

«Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus»
(“La rosa primigenia esiste solo nel nome, noi possediamo solo nudi nomi”)

Questa locuzione latina appartiene a Bernardo Cluniacense, monaco benedettino del XII secolo autore del De contemptu mundi. La diffusione della sua notorietà la si deve a Umberto Eco, che con questa frase enigmatica sigillò il suo primo romanzo, Il nome della rosa, che gli valse il Premio Strega nel 1981 e che contribuì a incrementarne la fama, vendendo in trent’anni oltre 50 milioni di copie in tutto il mondo. Le Monde lo ha inserito tra i 100 libri del secolo.

By Università Reggio Calabria [GFDL or CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons
By Università Reggio Calabria [GFDL or CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons
Ambientato in un’abbazia dell’Italia Settentrionale nel XIV secolo, Il nome della rosa è un giallo storico dai contenuti filosofici e morali. Si parte dalla morte di un monaco e da un manoscritto, quello di Adso da Melk, novizio benedettino che accompagna il saggio Guglielmo da Baskerville durante le indagini (una coppia che rimanda, neanche troppo velatamente, a Sherlock Holmes-Watson). Il movente dei delitti, perpetrati a opera dell’ex bibliotecario Jorge da Burgos (richiamo a Jorge Luis Borges, autore molto amato da Eco), è il secondo libro della Poetica di Aristotele, incentrato sulla commedia e sul riso. Un libro che non è mai stato scritto (o che non è mai stato ritrovato) e che sarà divorato dalle fiamme che, nell’apocalittico finale, avvolgeranno l’inquietante biblioteca-labirinto, il Finis Africae.

Ma al di là della trama giallistica, Il nome della rosa è un gioco letterario dottissimo, pieno di rimandi ad altre opere e di dibattiti filosofici tipici dell’epoca. Proprio sul dibattito sono incentrati i due successivi romanzi di Eco, Il Pendolo di Foucault (1988) e L’isola del giorno prima (1994), mentre alla base di Baudolino (2000) ci sarà lo stretto rapporto tra menzogna e ironia, binomio alla base di quasi tutta la produzione saggistica di Eco.

Ben prima del Nome della rosa, tra gli anni Sessanta e Settanta, Eco si era fatto notare non soltanto per gli scritti di estetica (Il problema estetico in San Tommaso, Sviluppo dell’estetica medievale) ma anche per i suoi studi sulla cultura di massa (Apocalittici e integrati, Il superuomo di massa), saggi che, complessivamente, preludevano alle tematiche topiche dei suoi romanzi. Da non dimenticare la famosa Fenomenologia di Mike Bongiorno nel Diario Minimo (1963), che valse al presentatore ancora più successo.

 «La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. La TV presenta come ideale l’uomo assolutamente medio […] Il caso più vistoso di riduzione del superman all’every man lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti. […] Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.»

By Diego Grez (Umberto-eco001.jpg) [CC BY 3.0], via Wikimedia Commons
By Diego Grez (Umberto-eco001.jpg) [CC BY 3.0], via Wikimedia Commons
Semiologo, saggista, filosofo, critico d’arte, brillante, affascinato e affascinante narratore, Umberto Eco ha fatto parte del Gruppo ’63, accanto ad autori come Nanni Balestrini, Renato Barilli, Furio Colombo e Alberto Arbasino, come neoavanguardia opposta alle avanguardie storiche (Futurismo, Espressionismo etc.) ed è una delle penne storiche dell’Espresso con le sue “Bustine di Minerva” nonché collaboratore di Repubblica. Ha ricevuto 39 lauree honoris causa dalle più prestigiose università del mondo ed è curatore di importanti progetti come Encyclomedia, un’opera enciclopedica digitale di carattere storico, filosofico, scientifico, artistico e letterario a cui hanno collaborato i massimi esperti nelle rispettive discipline, nonché di vari volumi sull’arte, la storia e la cultura nel Medioevo.

Il suo ultimo libro, edito da Bompiani (per il quale Eco aveva iniziato a lavorare come editor, giovanissimo), è Storia delle terre e dei luoghi leggendari, un viaggio affascinante nel mondo incantato dei romanzi, dal Paradiso Terrestre ad Atlantide passando per il Sacro Graal, riccamente illustrato.

Dopo La misteriosa fiamma della Regina Loana (2004) e Il Cimitero di Praga (2010), Eco uscirà il prossimo 9 gennaio, sempre per Bompiani, con il suo settimo romanzo, Numero zero, a metà strada tra il pamphlet e il racconto, ambientato nella Milano di Tangentopoli.

Autore tanto prolifico quanto eclettico, capace di spaziare con estrema disinvoltura dal saggio di estetica al romanzo storico, Umberto Eco è il simbolo assoluto della cultura italiana a 360° gradi, un affascinato bibliofilo in grado di parlare di qualunque argomento, tra gli autori italiani più letti, apprezzati e conosciuti nel mondo.

Accadde oggi vi da appuntamento alla prossima settimana.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here