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22 febbraio 1788: nasce Arthur Schopenhauer

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La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia.

È così che potrebbe sintetizzarsi il pensiero pessimistico di Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco nato il 22 febbraio 1788 a Danzica, in Prussia, considerato uno dei padri dell’esistenzialismo e uno dei maggiori pensatori del XIX secolo, capace di influenzare, tra gli altri, Nietzsche, Freud e Jung nonché tutta la cultura contemporanea del Novecento.

Alla base del suo pensiero, confluito nella sua opera più importante, Il mondo come volontà e rappresentazione, c’è il relativismo della realtà, che è soltanto illusione, ciò che, secondo la filosofia indiana, è chiamato “velo di Maya”, un velo sugli occhi che impedisce di vedere la realtà. Visto che l’uomo è costituito sia da materia sia da spirito, non può fare leva soltanto sull’intelletto per rompere il Velo di Maya ma deve utilizzare anche la Volontà, ovvero l’istinto. La Volontà di vivere, vera essenza dell’universo, accomuna tutti gli esseri viventi ed è oggettivata per la prima volta dalle idee.

La scala biologica porta, via via che si sale verso l’alto, a una sofferenza sempre maggiore perché cresce la consapevolezza del desiderio, ma a pagare di più questa consapevolezza sarà proprio l’uomo, e in particolare il filosofo. Di qui deriva il pessimismo cosmico di Schopenhauer, esteso non soltanto all’uomo ma a tutto ciò che desidera – l’uomo che, a causa della volontà, è destinato a soffrire.

L’umanità è inevitabilmente schiava di questa sofferenza, legata al desiderio, in assenza del quale l’uomo sprofonderebbe nella noia, un vuoto incolmabile. Il piacere dell’uomo è effimero, capace solo di soddisfare l’uomo nel momento stesso, ma quando il piacere finisce, subentra la noia.

Due sono i tipi di noia: quella superficiale, per cui l’annoiato rimpiange la vita vissuta nella tensione; e quella profonda, che è la noia dell’asceta, da cui è impossibile fuggire perché è il primo passo verso la morte e del rovesciamento della voluntas in noluntas.

Influenzato dal pensiero di Schopenhauer, fu fortemente colpito dalla noia Leopardi, che la definì «il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana», ma anche la Madame Bovary di Flaubert o l’Oblomov di Goncarov, e nel Novecento, sempre in letteratura, ne fu colpito anche Dino, il pittore della Noia di Moravia nonché Sartre nella Nausea e Camus nella Peste, tutte evoluzioni del pensiero schopenhaueriano.

Schopenhauer è molto scettico con l’idea che possa esistere un Dio buono, se nel mondo c’è soltanto dolore; e in più critica anche l’amore: quello vero è soltanto un’illusione, poiché l’uomo è spinto a scegliere una compagna al solo fine di accoppiarsi e di riprodursi – la riproduzione stessa è sinonimo di infelicità, poiché deriva dall’unione di due anime di per sé infelici.

Il filosofo individua però tre soluzioni a questa infelicità cosmica: l’arte, detta anche “occhio del mondo”, che sospendendo il desiderio, sospende automaticamente anche l’infelicità dell’uomo; la morale, che implica un sentimento di pietà e che ha un aspetto negativo, la giustizia, e uno positivo, la carità, perché è disinteressata; e infine l’ascesi, che elimina il desiderio e porta all’atarassia, la mancanza di desiderio e di turbamento.

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