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6 febbraio 1778. Nasce Ugo Foscolo

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«Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.»

Iniziava con queste parole Le ultime lettere di Jacopo Ortis, il romanzo più famoso di Ugo Foscolo, scrittore, poeta, critico e patriota italiano, che nelle struggenti parole di Jacopo Ortis, vittima dell’egoismo di Napoleone, reo di aver firmato il trattato di Campoformio, riversava tutta la propria malinconia e la propria frustrazione.

Una malinconia che prelude ai temi tipici del Romanticismo italiano, incarnato poi da Leopardi. Foscolo, però, a differenza del poeta di Recanati, non si limitò a guardare il mondo dal confine delineato dall’«ermo colle» ma anzi errò molto tra la nativa Zante (per la quale scrisse il sonetto A Zacinto), Milano, Bologna, Pavia, la Svizzera, Londra e la Francia (si arruolò come luogotenente nella Guardia Nazionale e combatté per i francesi contro gli Austro-russi).

Il suo vagabondaggio fu però anche letterario: per questo riuscì a spaziare dai componimenti poetici (sonetti come Alla sera, A Zacinto o In morte del fratello Giovanni; il poemetto Le Grazie; il carme Dei Sepolcri); al romanzo epistolare, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, ispirato a I dolori del giovane Werther di Goethe e al tema alfieriano del suicidio; fino al trittico tragico (Aiace, Tieste e Ricciarda) e alle traduzioni di Catullo (La chioma di Berenice), del Viaggio sentimentale di Laurence Sterne e dell’Iliade nonché gli scritti su Petrarca e Dante.

Ma prima che uno scrittore, Foscolo è stato un fervente patriota. Nacque nell’isola ionica di Zante da padre veneziano e madre greca, per poi trasferirsi a Venezia, laddove manifestò le prime simpatie per Napoleone (a cui dedicò A Bonaparte liberatore). Illuminista ma anche poeta neoclassico (tradusse in gioventù Saffo, Anacreonte, Alceo e Orazio), Foscolo è considerato uno dei principali letterati italiani tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento.

Convinto oppositore degli austriaci, in Jacopo Ortis, personaggio in parte autobiografico, Foscolo proiettò tutta la propria delusione, esemplata anche dal fondamentale incontro del protagonista con Giuseppe Parini, che gli dice:

«Pensi tu […] che s’io discernessi un barlume di libertà, mi perderei ad onta della mia inferma vecchiaia in questi vani lamenti? o giovine degno di un altro secolo, se non puoi spegnere quel tuo ardore fatale ché non lo volgi ad altre passioni?»

Le «altre passioni» sono costituite dall’amore fatale di Jacopo per Teresa, promessa però già sposa di Odoardo. Proprio il conflitto amoroso – l’impossibilità di raggiungere la donna amata – e la delusione patriottica – ovvero la fine delle repubbliche democratiche del 1799 – porteranno poi Jacopo al suicidio, inteso come atto estremo per la libertà, seguendo la lezione di Vittorio Alfieri.

Altro tema ricorrente di Foscolo è il valore della sepoltura, affrontato nel carme Dei Sepolcri, in cui Foscolo sottolinea la sacralità della tomba e della visita ai cari estinti intendendo questo come un atto di religione del ricordo, di cui la poesia non è che l’ultimo tramite storico. Tutto ciò parte dalla cosiddetta filosofia delle illusioni, che per un illuminista come Foscolo implicava la caducità della vita e la dissoluzione materiale dell’uomo dopo la morte: solamente con la sepoltura dei resti è possibile, quindi, paradossalmente, ottenere l’immortalità, attraverso il ricordo dei vivi. E se le illusioni sono la patria, la poesia e l’amore, nei Sepolcri si ritroverà l’«illusione delle illusioni», che non sarà altro che la stessa poesia civile.

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