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A lezione di cinema da Martin Scorsese

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Una serata a teatro rappresenta una valida alternativa alla routine quotidiana, oltre che una grande opportunità di conoscenza, in una società sempre più devota alla mediocrità. Ma quando al teatro ci trovi Martin Scorsese a tenere un incontro, la sorpresa è nettamente più grande.

E’ quello che è successo il 23 giugno, al Teatro Comunale di Bologna, in occasione del Festival del Cinema Ritrovato, dove il grande regista italo-americano ha tenuto un grande dibattito sul cinema italiano, assieme a quattro grandi fra i più rinomati cineasti italiani: Matteo Garrone, Valeria Golino, Alice Rohrwacher e Jonas Carpignano; di quest’ultimo Scorsese è stato maestro e profondo estimatore, aiutandolo a trovare i fondi per il suo cortometraggio, “A Ciambra”, premiato agli Oscar 2018.

Ad aprire la serata, l’Assessore Matteo Lepore e il Direttore della Fondazione Cineteca Gian Luca Farinelli che, dopo aver ringraziato Regione, istituzioni e Comune, per il sostegno alla Cineteca di Bologna e al festival, ha voluto descrivere l’importanza che l’autore di grandi cult come Taxi Driver, Toro Scatenato, Quei Bravi Ragazzi e Gangs of New York, rappresenta per il cinema contemporaneo e per quello nazionale.

I tanti volti di Martin Scorsese si esplicano nella grande versatilità con la quale il grande maestro ha insegnato a osservare e a raccontare le storie; ma anche come il suo personale viaggio nel cinema italiano abbia profondamente influito sulla costruzione della sua poetica visiva e sul linguaggio; un meltin pot straordinario e unico tra retaggio d’italianità e cultura Pop americana.

Ma la vera ragione per cui Scorsese si è ritrovato, (gioco di parole) al Cinema Ritrovato è perché è stato il primo cineasta di fama mondiale a ribadire l’importanza di conoscere la storia del cinema passato, specie per i nuovi registi di oggi al cinema.

Un lavoro meticoloso com’è nella natura di Scorsese, confluito nella Film Foundation e nel World Cinema Project, con i quali molti grandi cineasti si sono impegnati alla sensibilizzazione verso l’affluenza nelle piccole sale, nel restauro del patrimonio cinematografico e nella creazione di programmi scolastici volti a formare i giovani cineasti di domani.

Molte le domande e gli interventi, guidati dai quattro registi italiani, a partire da Matteo Garrone, che ha interrogato il regista sulla crisi delle sale cinematografiche in seguito alla rivoluzione digitale.

Scorsese, che dal digitale ha trovato anche spunti per capolavori come “Hugo Cabret”, si è limitato a entrare nel lato poetico dell’esperienza filmica, che parte dalle azioni più semplici: “non c’è niente, dice il regista, che possa essere paragonato ad andare in sala a vedere un film, che sia Lawrence d’Arabia o un film di De Sica: è una esperienza di condivisione con gli altri”.

Soffermandosi sul modello bolognese poi ha affermato come sia un ‘esperienza irrinunciabile il sostegno di tutto il pubblico, nell’uscire di casa e andare nelle vecchie sale a vedere film restaurati; “non si tratta solo di preservare il cinema, continua Scorsese, ma anche di esporre, mettere in mostra il cinema, perché quando i finanziatori vedono che la gente vuole andare al cinema allora forse qualcosa accade”.

Altro tema importante sollevato da Garrone è stato quello dell’insegnamento del cinema nelle scuole. A questo Scorsese risponde parlando dell’esperienza alla Film Foundation dove, assieme ai ragazzi, egli ha realizzato il corso di studi, chiamato The Story of Movies, per insegnare ai giovani a leggere il cinema e a capire che è importante un alfabetismo non solo verbale, ma anche visivo.

Valeria Golino si è invece soffermata sul lavoro di un cineasta e sulla tensione costante tra la propria idea originaria e la percezione del pubblico.“C’è sempre un momento, sottolinea Scorsese, in cui non ho più idea di quello che sto facendo, ma alla fine quello che importa veramente è che sai che tutti saranno contro di te, ma quel che davvero conta è affezionarti a quello che hai fatto, onorare quella scintilla iniziale che ti ha spinto a iniziare il progetto e pensare che quello che hai fatto è importante; e questo riuscirai sempre a comunicarlo a qualcuno, è una cosa molto delicata”.

L’allievo Jonas Carpignano, anche lui nato a New York ma di origini italiane si è soffermato sui criteri di scelta che spingono il regista Martin Scorsese a restaurare alcuni film del patrimonio cinematografico mondiale.

“L’istinto ha sempre giocato un ruolo importante, ha commentato il regista: già nel ’70 – ’80 mi sono reso conto che alcune forme di espressione andavano perse e questa cosa mi faceva arrabbiare. Poi ho capito che forse noi eravamo una nuova generazione e che quella precedente alla nostra non si era nemmeno posta il problema, non sapeva quale sarebbe stata la continuazione del cinema, parlo in particolare degli Stati Uniti. Dunque lì ho capito che quello che mi aveva tanto colpito andava in qualche modo preservato e sono partito insieme ad altri nella creazione di un movimento dal quale è poi nata la Film Foundation”.

Un’idea considerata troppo complessa, fino all’esordio di Spielberg e all’uscita di Taxi Driver in seguito ai quali fu possibile riunire gli archivisti, e coloro che si occupavano di conservazione e gli Studios, iniziando di fatto la collaborazione tra le cineteche e gli Studios.

Alice Rohrwacher invece ha voluto concentrarsi sul legame con l’Italia, evidenziato nei suoi documentari, come Il mio viaggio in Italia e Italo-Americans, un ritratto di persone felici che raccontano le avventure dei loro familiari per arrivare in America, i cui protagonisti erano gli stessi genitori di Scorsese.

Qui affiorano i ricordi e le radici del regista cresciuto nel quartiere  italo-americano, siciliano, dove ogni ricordo è il ricordo di una famiglia allargata e il cinema era il luogo di evasione per eccellenza: “Io ci andavo perché da piccolo avevo una grave asma e i medici mi avevano vietato di fare sport; non potevo neppure ridere troppo perché in quel caso diventavo blu e cadevo a terra. Per questo ho avuto una vita piuttosto isolata da giovane e i miei genitori mi portavano spesso al cinema: era un’esperienza condivisa. Qui vedevo un mondo completamente diverso: il mondo dell’America, i film western a colori che mi piacevano un sacco. Poi ho iniziato a cambiare percezione negli anni ‘50, ho cominciato a rendermi conto di cosa fosse davvero l’America e di come io venissi da una cultura completamente diversa, una cultura di gente reale e molto semplice, di contadini: lì mi sono reso conto della differenza tra Italia e America”.

La storia e la carriera di Martin Scorsese è una storia italiano che guarda al mondo e questo è un regalo speciale per tutti, da uno dei più grandi artisti viventi.

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