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Alcuni degli slogan che hanno fatto la storia della comunicazione

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Quando leggiamo o studiamo un preciso momento storico, esiste sempre un simbolo, un’icona o un momento scandito nella memoria che rende incisivo tale evento. Maggiore incisività quel momento lo assume quando ad esso viene associata una parola.

La comunicazione, specie quella pubblicitaria è fatta interamente da una frase o anche una sola parola che associata ad un’immagine, entra nella mente e spesso nell’immaginario collettivo del consumatore, decretando il successo commerciale e sociale di un prodotto.

Ma se è vero che un oggetto può diventare il simbolo di un’ epoca o di una generazione (vedi la storia del telefono cellulare), è soprattutto la comunicazione politica a largo raggio ad aver aperto un varco nel modo di fare comunicazione e veicolare un messaggio preciso che possa fare breccia nei cuori di milioni di persone in tutto il mondo. Dalla campagna politica a Mc Donald’s, stiamo parlando degli “slogan“: un motto o un’idea precisa sintetizzata in una frase, semplice, diretta e capace di avere un impatto immediato e imponente nell’immaginario di un’intera generazione.

Di frasi a effetto (o potremmo definirli anche ad affetto), né è piena la nostra letteratura storica: la mente rimanda inevitabilmente allo storico “I Have a Dream” con cui Martin Luther King introdusse il suo celebre discorso del 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington.

Un passo quasi obbligato per sostenere un esame di linguistica è quello di riconoscere il celebre “I Like Ike“,  che fu lo slogan politico elaborato dal semiologo e linguista Roman Jakobson per lanciare la campagna presidenziale di Dwight Eisenhower soprannominato per l’appunto “Ike“. Questo in particolare rappresenta uno degli esempi più efficaci di quali siano le regole, per forgiare un motto; semplice, conciso e diretto, dotato di un elemento di familiarità capace di entrare subito in contatto con la gente, come se il personaggio interessato fosse uno di loro.

Sempre restando nel linguaggio politico, ricordiamo il vincente “Yes We Can” della campagna presidenziale di Barack Obama e che entrato nell’immaginario collettivo, come una possibile rivoluzione semantica e sociale, scandita ovviamente dal grande carisma dell’ex presidente americano, sostituita in parte anni dopo dal “Make America Great Again” di Donald Trump.

Dalla politica all’economia, passando per la pubblicità commerciale, la realizzazione di motti e frasi ad effetto non è in affatto semplice, in quanto il lavoro speso per dare un nome e un riferimento semantico ad un prodotto o a un brand, s’insinua spesso in quella zona grigia fra attivismo politico e marketing pubblicitario; molto spesso i due vagoni viaggiano paralleli.

Non potrebbe essere altrimenti per i cosiddetti claim pubblicitari che sono riusciti a superare i ricorsi della memoria storica, per diventare il simbolo di riconoscimento immediato di un prodotto e di un epoca; in Italia basta pensare alla celeberrima “Milano da bere”, diventato lo slogan di un amaro e contemporaneamente di un periodo particolare della società.

E tornando indietro nella memoria, è Milano, il suo traffico e la sua vitalità a diventare protagonista di quel simpatico imbianchino in bicicletta, che blocca il traffico con un  pennello gigante dietro le spalle affermando che: “per dipingere una parete grande, ci vuole un pennello grande”.

Un motto diventa un modo di vivere e interpretare la comunità e il tempo in cui viviamo, aiutandoci spesso a vivere meglio: Basta ricordare il poeta Tonino Guerra che diceva: “l’ottimismo è il profumo della vita”!

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