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«Va’, straniero, e di’ a Sparta che noi qui cademmo in obbedienza alle sue leggi.»

Questa frase era stata incisa su una lapide a commemorazione dei trecento valorosi soldati guidati da Leonida, re di Sparta, nella battaglia delle Termopili, a cui si è ispirato Frank Miller per 300 e per l’omonimo film, aggiungendo alcuni elementi fantasy, soprattutto in 300 – L’alba di un impero.

Grazie a 300, la guerra tra i Greci e i Persiani di Serse ha trovato ancora più spazio nella cultura di massa.

Eppure a raccontare per primo la celebre battaglia fu Erodoto nelle sue Storie. Nel VII libro, lo storico greco si sofferma sulla battaglia delle Termopili, descrivendo soprattutto il territorio circostante al passo:

«[176] La via d’accesso alla Grecia, poi, attraverso il territorio di Trachis misura mezzo pletro (15 metri) nel punto più stretto. Tuttavia non sono qui i passaggi più angusti di tutta la regione, bensì davanti e dietro le Termopili. […] A ovest delle Termopili si erge un monte inaccessibile, scosceso, alto, che si estende fino all’Eta; a est della strada, invece, si trova subito il mare.»

Il nome Termopili, dice Erodoto, deriva dalla presenza di una sorgente di acque termali proprio vicino al passo. La sua ricostruzione perfetta ha permesso agli storici di risalire alla composizione dei due eserciti, quello persiano di Serse e quello greco:

Di SAWg3rd (Opera propria) [CC0], attraverso Wikimedia Commons
Di SAWg3rd (Opera propria) [CC0], attraverso Wikimedia Commons
«[184] Fino alle Termopili l’armata (sott. “di Serse”) era immune da perdite e il numero dei suoi effettivi era ancora quello che ricavo dai miei calcoli: sulle navi provenienti dall’Asia, che erano 1.207, le truppe fornite originariamente dai vari popoli ammontavano a 241.400 uomini, calcolandone 200 per nave; ma a bordo di queste navi si trovavano, oltre ai marinai dei singoli paesi, trenta soldati persiani, medi o saci: un’altra massa di 36.210 uomini. […] I fanti erano poi 1.700.000 e i cavalieri 80.000.

«[201] Ed ecco i Greci che attendevano il Persiano in questa località: 300 opliti Spartani, 1.000 di Tegea e di Mantinea; 120 da Orcomeno nell’Arcadia e 1.000 dal resto dell’Arcadia.»

Il contesto storico della battaglia delle Termopili è la seconda guerra persiana (480 a.C.), dieci anni dopo la bruciante sconfitta dei persiani di re Dario nella battaglia di Maratona. Il figlio di Dario, Serse, non vedeva l’ora di vendicarsi sulla Grecia. Ma mentre Dario aveva colpito solo le città che, durante la prima guerra, si erano unite per fronteggiare l’avanzata persiana, Serse intendeva sottomettere tutta la Grecia. In realtà non esisteva nessuna unità nazionale, ma tante città-stato, il che avrebbe reso, sulla carta, le cose molto più facili al nuovo agguerrito re persiano.

Nel territorio greco, l’esercito più forte era quello di Sparta, rivale di Atene nella Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) raccontata da Tucidide. Gli Spartani dovettero trasgredire a due tradizioni che vietavano l’attività militare: la celebrazione delle Carnee, in onore di Apollo; e in secondo luogo i Giochi Olimpici. Gli Efori, i cinque amministratori spartani eletti ogni anno, vista però la situazione di emergenza, concessero al re di Sparta, Leonida, di organizzare un esercito contro Serse.

Leonida sapeva cosa voleva dire sofferenza. Da giovane, come molti altri spartani, aveva sopportato il dolore dell’agoghé, un regime di educazione che prevedeva la sopportazione di dure prove di resistenza, dall’infanzia fino al pieno dell’adolescenza, dai sette ai vent’anni. Nell’agoghé erano comprese la separazione dalla famiglia, la stimolazione di un forte senso di appartenenza al gruppo, l’allenamento militare e la caccia. Per congedarsi dall’addestramento e affacciarsi nell’età adulta, gli spartani erano costretti a soffocare uno schiavo durante il sonno.

Un’educazione tanto rigida quanto efficace, così da convincere Leonida a dotarsi di trecento uomini per affrontare Serse in avanscoperta. Durante il viaggio verso il passo delle Termopili, laddove si sarebbe unito il resto dell’esercito spartano, i cavalieri di Leonida avrebbero raccolto più soldati possibile. In totale si arrivò a oltre settemila guerrieri, a rappresentare le città di Tegea, Flio, Corinto, Mantinea, Orcomeno, Thespies, Micene e Tebe.

La Battaglia delle Termopili

Gli Spartani erano partiti nonostante le parole dell’Oracolo di Delfi:

«A voi, o Spartani dalle larghe piazze, o la vostra città sarà distrutta dai discendenti di Perseo o ciò non avverrà ma Sparta piangerà la morte di un re della stirpe di Eracle» (Erodoto, Storie, VII, 220)

Battle_of_Thermopylae_and_movements_to_Salamis_and_Plataea_map-it.svgLeonida raccolse attorno a sé solo uomini che avevano già dei figli, in modo tale da non interrompere la discendenza. Erano entrati nell’esercito a diciannove anni e non l’avrebbero mai mollato fino ai sessant’anni.

Secondo Erodoto, «il parere che prevalse fu quello di presidiare il passo delle Termopili che era chiaramente più stretto di quello che portava in Tessaglia e l’unico abbastanza vicino al loro paese. […] Decisero dunque di presidiare questo passo per impedire al barbaro di entrare in Grecia mentre la flotta si sarebbe diretta all’Artemisio nell’Istieotide.»

Serse, raggiunto il fatidico passo – dopo il rifiuto dei Greci alla sua proposta di resa, diventando “amici del popolo persiano” – minacciò gli avversari di colpirli con cinquemila frecce che avrebbero oscurato il sole. Uno degli Spartani rispose: «Meglio così, combatteremo all’ombra.»

La prima fase della battaglia si concluse con la resistenza degli spartani, che respinsero l’attacco di Serse. Il secondo giorno, i Persiani inviarono gli Immortali, la guardia personale di Serse. Erano composti da diecimila unità ma erano capaci di sostituire ogni perdita in maniera tempestiva, tanto da mantenere intatto il loro valore numerico. Ma il loro equipaggiamento, rispetto a quello degli Spartani, era inadeguato, e anche loro furono decimati.

Fu solo grazie al suggerimento del greco Efialte, rifiutato dagli Spartani, che Serse riuscì a penetrare in un sentiero tra le montagne e ad aggredire alle spalle gli uomini di Leonida, il quale, venuto a sapere della nuova mossa di Serse, ordinò a quattromila Greci di ritirarsi, mentre i suoi trecento guerrieri si sarebbero battuti contro i Persiani.

Le parole dell’Oracolo di Delfi erano prossime a concretizzarsi, ma a Leonida l’unica cosa che importava era la morte gloriosa, da sempre cercata dal popolo di Sparta. I suoi trecento guerrieri morirono valorosamente e lui fu uno dei primi a cadere. Serse fece seppellire i propri soldati e infilzò la testa di Leonida in un palo, affinché l’esercito lo vedesse.

«Indipendentemente dal fatto che la polis possa aver avuto delle responsabilità precise in merito alla disfatta» ha scritto Luigi Santi Amantini ne Il dopoguerra nel mondo greco. Politica, propaganda, storiografia, «e quindi enfatizzando l’eroismo dei caduti, il massacro delle Termopili doveva essere in qualche misura recuperato in una prospettiva positiva e nobilitante, per evitare che incrinasse il prestigio e la fama della forze militari di Sparta. In questa direzione punta certamente il responso oracolare che poneva il sacrificio di un re come alternativa alla distruzione della polis

Spartan_helmet_2_British_MuseumLa salvaguardia dell’onore, per gli Spartani, era fondamentale, come rivela anche Tirteo in uno dei suoi versi più famosi: «È bello essere morto, caduto in prima fila,/per un uomo prode, che lotta in difesa della sua patria./Lasciare la propria città e le ricche campagne/e mendicare, questa è la cosa più dolorosa,/vagando insieme alla madre e al vecchio padre,/ai figli piccoli e alla legittima moglie./» (traduzione di Guido Paduano).

Lo scontro tra gli Spartani di Leonida e i Persiani di Serse, oltre ad aver alimentato, negli ultimi anni, la fantasia e la grafica nel mondo dei fumetti, era stata alla base, secondo Luciano Canfora, anche dell’hitlerismo, laddove Sparta era considerato «il più luminoso esempio di Stato a base razziale della storia umana», e non a caso la battaglia di Wizna tra la Polonia e la Germania, nel 1939, è chiamata “le Termopili polacche”.

Questo a dimostrazione che i discendenti di Achille, proprio come l’eroe omerico, si erano guadagnati con la morte ciò che l’uomo ha da sempre cercato: la vita – o meglio la memoria – eterna dei posteri.

Le Termopili oggi: