CONDIVIDI

Preparato su misura per il giorno di San Valentino, Cinquanta sfumature di grigio è arrivato nelle sale, e come previsto ha già incassato 30 milioni, di cui soltanto 9 con le anteprime tra il 12 e il 13 febbraio (tra cui anche quella del Festival di Berlino). Gli incassi potrebbero arrivare a 80 milioni in soli 4 giorni.

È evidente che il successo al botteghino sia frutto di una campagna mediatica consistente, che non ha fatto altro che bissare il successo dei bestseller di E.L. James da cui è tratto, libri tra l’altro freschi di una nuova edizione proprio in vista dell’uscita del film.

Al consenso del pubblico – e anche questo era prevedibile – non si è affiancato però quello della critica, che non si è fatta mancare stroncature pesanti. A emergere, in linea generale, è un prodotto pensato e confezionato ad hoc per un pubblico disabituato a qualcosa che si potesse allontanare dai cliché favolistici o dagli stereotipi sul rapporto tra padrone e schiavo. Ma al di là dei limiti della sceneggiatura – che evidentemente doveva fare i conti con i limiti contenutistici del romanzo – tutto il roboante annuncio sul presunto scandalo che questo film avrebbe suscitato serviva come specchietto per le allodole per fare più incassi. Il risultato, stando a quanto traspare dalle recensioni, è un film che di hard ha ben poco: scene di sesso limitate a una decina di minuti, nudi integrali quasi nulli e soprattutto delle battute che fanno più ridacchiare che eccitare.

Per esempio:

«Adesso farai l’amore con me?»

«Io non faccio l’amore, io scopo forte.»

Oppure:

«Benvenuta nel mio mondo.»

Non è però soltanto a causa di queste frasi fratte che il film perde punti. È soprattutto per aver giustificato ciò che trasforma Mr. Grey in un amante del sesso estremo.

Così Daria Pomponio di Quinlan:

[…] l’aspetto davvero torbido della questione è il fatto che libro e film si preoccupano di fornire una causa prima alle preferenze sessuali di Mr. Grey, causa che risiede, ça va sans dire, in un trauma infantile. La storia dunque, nonostante la sua promessa da un lato di scandalizzare e dall’altro di istruire, assume una piega marcatamente convenzionale, con lui che coltiva la sua adepta e lei che risponde tentando di “curarlo”.

Secondo Lee Marshall di Internazionale, il problema del film, così come del romanzo, è il messaggio, che delegittima la donna dalla propria emancipazione, pur essendo realizzato da due donne, l’autrice del libro e la regista.

Il problema è che il film, come prodotto d’intrattenimento, non è fatto male. […] Ma le sue qualità artistiche e le sue firme al femminile non fanno altro che peggiorare le cose. Perché vuol dire che un film che prende il femminismo in volata e lo ributta verso l’età della pietra non verrà visto, da molti, per quello che è.

Lee Marshall non soltanto sottolinea che l’uscita nel giorno di San Valentino è di cattivo gusto – il sadomaso può essere vero amore? – ma che il film stesso invita ad accettare la violenza domestica per amore:

L’idea che una donna può aggiustare un uomo “rotto” con la sola forza dell’amore è una classica illusione, presente in tanti casi di violenza domestica.

Giancarlo Zappoli di Mymovies, invece, si sofferma sulle citazioni, su quella forza trainante costituita dal déja-vu:

Il cinema preesistente viene poi saccheggiato a piene mani e senza infingimenti: la scelta delle cravatte di Christian è una copia conforme della scena di American Gigolò così come non può mancare il ghiacciolo da 9 settimane e ½.

E citando Love Story conclude:

Se una volta si accorreva in libreria prima e in sala poi per apprendere che “Amare significa non dover mai dire mi spiace” oggi “Amare significa dover subire le frustate”. I tempi cambiano. Cosa ci vogliamo fare?

Insomma, gli anni passano ma le tendenze e i gusti del pubblico, stando al successo (inspiegabile) di un romanzo e di un film del genere, sembrano non voler mutare mai. D’altronde una decina di anni fa anche Melissa P. spopolava con i suoi Cento colpi di spazzola solo grazie alla curiosità del pubblico e a una campagna pubblicitaria colossale, pur non dicendo assolutamente nulla di nuovo né sul sesso né sulle frustrazioni delle adolescenti; e tutto ciò tenendo conto che si può trattare lo stesso argomento ma trasformarlo in capolavoro se ci si chiama Vladimir Nabokov e si scrive Lolita.

Cinquanta sfumature di grigio conferma – semmai ce ne fosse stato bisogno – che gli incassi al botteghino o nelle librerie non sono sinonimo di qualità, laddove l’autrice (e di conseguenza la produzione e la regista) ha dimostrato di saper estendere le proprie frustrazioni e le proprie perversioni inconfessabili a quelle di tutte le donne nonché di saper accontentare il pubblico con uno schema già collaudato.

La seconda conferma è che, nonostante YouPorn l’abbia trasformato in un prodotto fruibile da chiunque – ed è pertanto ridicolo vietarlo ai minori di 14 anni, che comunque potrebbero scaricare il film o guardarlo in streaming –, il sesso attira ancora una massa di voyeur omologati e omologabili, incapaci di distinguersi da quelle che sono le mode del momento: perché anche Twilight e i romanzetti di Moccia rientravano nella categoria di un prodotto commerciale che nulla ha da chiedere a se stesso fuorché l’uso e il consumo. Un consumo che, proprio come il sesso – paradossalmente confuso con l’amore, visto il lancio nel giorno della festa degli innamorati – non potrà che provocare un piacere effimero.