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Recensione Cobra Kai: La saga di Karate Kid continua

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Se a un uomo qualsiasi di oggi gli si chiedesse: “parlami dei film che hanno segnato la tua vita”, uno su tre probabilmente risponderà allo stesso modo; Karate Kid.

Non si tratta solo dell’impatto mediatico che quel film ebbe sulla cultura pop degli anni ’80 e ’90, ma anche su quel risvolto socio culturale che il suo messaggio ha distillato nelle generazioni successive. La grande folla abituata a vedere il bullo e la pupa, magari anche simpatici e sensibili, per la prima volta si trovò di fronte a un binomio non convenzionale; ovvero la timidezza e l’azione, la saggezza e l’amicizia; tutti i valori che il grande Maestro Myagi, interpretato dal compianto Pat Morita, cercava di instaurare in un ragazzino indifeso e spericolato, che fino ad allora, del Karate conosceva solo il fascino dell’azione.

Forse questo è uno dei motivi per i quali, quando YouTube Red ha annunciato l’imminente uscita di un sequel, trasformato in serie Tv, della celebre saga di Daniel La Russo, molti affezionati avranno storto un po il naso, temendo di trovarsi di fronte alla solita trovata resurrezione forzata di un passato nostalgico.

E’ invece molti si ricrederanno, rimanendo parecchio colpiti sull’evoluzione narrativa e strutturale di questa serie rispetto ai Karate Kid, traducendone in sostanza non il ritorno dei protagonisti, bensì il percorso dell’antagonista. Sebbene Daniel San (Ralph Macchio), sia presente, con gli anni in più e una esperienza messa a frutto in campo più imprenditoriale, che sportivo, il vero protagonista è Johnny Lawurence; il bullo della vecchia scuola Cobra Kai, che viene messo a terra, da Daniel durante il campionato mondiale, con la celeberrima “mossa della gru”.

William Zabka, questo il nome dell’attore, rientra dopo 32 anni di silenzio, nella vita di quella comunità, dalla porta di dietro, senza troppo clamore, travolto dal peso di una vita, straniata dai fasti della gioventù, sempre in balia dell’incertezza.

La sua strada, segnata in origine da un cattivo maestro sembra non aver dato al vecchio ex bullo, l’opportunità di un riscatto, gettandolo in una spirale contesa tra rimpianti e insoddisfazione, nel quale rientra una vita precaria, l’alcolismo e un figlio adolescente che non vede mai.
Insomma Johnny non è più lo sbruffone combattente incitato dall’istruttore Kreese, che non ha mai compreso il valore morale della lotta; egli è ormai la copia sbiadita, invecchiata, malinconica e patetica di se stesso, ma proprio per questo l’ago della bilancia si sposta su di lui, che diventa il protagonista; un po come Rocky 6, dove il riscatto ha un suo tempo di maturazione.

Quello che traspare subito è la profonda consapevolezza maturata negli anni di un personaggio a terra, ma dotato ancora di rispetto che ritrova il suo eterno rivale; un Daniel, più La Russo, e poco San, che ha cavalcato l’onda del suo successo sportivo e che, una volta ritiratosi, ha messo a frutto gli affari e la passione per le auto, aprendo un autosalone di successo. E’ chiaro che la saggezza del povero Maestro Myagi, non ha più quella leva che aveva sul giovane adolescente, rendendo l’imprenditore LaRusso, un uomo d’affari di successo e rispettato, con una famiglia, ma anche estremamente calcolatore e antipatico.

Tutte cose che non piacciono al nuovo Johnny che invece ha acquisito una certa predisposizione alla riflessione e alla coscienza; in altre parole i piani della realtà s’invertono drasticamente e sembra quasi che il buono sia diventato il cattivo e viceversa.

E’ a questo punto che la serie prende lo slancio che gli serve, per non cadere nel solito gioco emotivo dei ricordi, ma guarda a quell’esperienza, come il punto di partenza per cominciare a guardare avanti. La vita stessa lo impone a tutti e lo fa anche con Johnny quando, ironia del destino, si trova ad aiutare un ragazzo preso di mira dai bulli; Sembra di vedere Myagi, da solo contro i cinque del passato, ma stavolta è proprio colui che era prima il carnefice, diventando poi vittima, a mettere in gioco se stesso, con la solita antipatia che lo contraddistingue.

Questo episodio gli darà la forza per rifondare il Cobra Kai, cercando di smussare e limare gli insegnamenti “sbagliati”, con i quali è cresciuto, ma con una determinazione che sembrava aver perso.

E’ facile immaginare come le vite di Daniel e Johnny potranno incontrarsi di nuovo, sfruttando diversi piani d’interpretazione, nei quali entrambi agiscono usando una maschera nuova, che non può coprire pienamente i pregi e i difetti che avevano da ragazzi.

Il successo degli sceneggiatori, Josh Heald, Jon Hurwitz, e Hayden Schlossberg, sta proprio nel fatto di aver creato uno schema narrativo, semantico e non orizzontale; buono contro cattivo, lasciando la possibilità ai due personaggi ormai cinquantenni, di mettere in gioco la propria personalità di ognuno, per scoprire che dei caratteri così diversi non sempre debbano essere incompatibili.

Cobra Kai assurge a un tono leggero e quasi al limite della commedia, senza eccedere troppo nel malinconico, mettendo in risalto il valore della consapevolezza di come i tratti più emblematici dell’adolescenza e della ribellione, possono trasformarsi in sfumature dialettiche e comportamentali, dove la saggezza, anche se velata, fa da tappeto alla vita di ognuno di noi.

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