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Recensione: Colazione da Tiffany

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colazione da tiffany

Il cult che vi voglio presentare questa settimana è un film conosciuto universalmente da tutti. Già il titolo dice tutto ed evoca immagini, soprattutto una specifica: quella della protagonista con un bicchierone di caffè in una mano e una brioches nell’altra davanti alla vetrina di una gioielleria. Ecco, esatto, mi riferisco proprio a Colazione da Tiffany di Blake Edwards del 1961. Tratto dal famoso romanzo di Truman Capote (anzi, per meglio dire ispirato, dato che ci sono enormi differenze e la pellicola prende le distanze dal libro tranne che per alcune scene in particolare come quella del gatto lasciato per strada sotto la pioggia battente), è una delle pellicole che hanno consacrato Audrey Hepburn a diva e modello di classe, eleganza e portamento. Holly – Holiday – Golightly (Audrey Hepburn) è una modella che vive in un appartamentino newyorkese con un gatto rosso senza nome e ha una vita ambigua, strana, dissoluta. Dà continuamente feste infastidendo l’inquilino del piano di sopra, il signor Yunioshi (Mickey Rooney, truccato per l’occasione da orientale). In una di queste feste conoscerà Paul (George Peppard), aspirante e squattrinato scrittore e lei, dal carattere bizzarro, anima libera e ragazza decisa ad accasarsi con un ricco che la possa mantenere si troverà in bilico e non saprà più gestire i sentimenti.

Perché Colazione da Tiffany è – o deve essere – considerato un cult? A parte per il personaggio di Holly e per la Hepburn stessa anche per la descrizione dell’ambiente, per lo stile un po’ sconclusionato e realmente particolare, che riesce a dare l’idea di confusione e di caos che pervade la vita e l’appartamento della protagonista, per diventare più lineare nel momento in cui la vicenda prende una piega romantica più classica.
Le differenze con il libro sono molte. A parte il linguaggio molto più salace (e volgare), nel romanzo di Capote la storia d’amore non si apre mai del tutto, arrivando alla fine senza una vera e propria soluzione narrativa soddisfacente, chiudendo lì dove la pellicola di Edwards invece fa capire che ci sarà un inizio di qualcosa di duraturo tra i due protagonisti. E poi Holly è descritta come una vera ragazza dai facili costumi che si concede a uomini diversi e che ha addirittura una seconda vita (precedente). Nel film viene solo accennata la questione. Si suppone che per la vita che conduce si sia data a molti uomini ma non ci viene fatto capire esplicitamente che per sopravvivere faccia la prostituta. Ed in più, cosa fondamentale andata perduta, nel romanzo si parla apertamente della sua bisessualità. Come è ovvio, nel film non viene neanche lontanamente menzionata.

La storia d’amore è altrettanto strampalata: i due protagonisti si piacciono, condividono esperienze (come rubare due maschere in un negozio) ma non sembrano una vera e propria coppia. Lui infatti è una persona più realista, lei è sognatrice, superficiale e chiusa, mal disposta ad esprimere i propri sentimenti. La famosa scena del bacio sotto la pioggia (quando scendono dall’auto per andare a recuperare Gatto) dopo che Paul ha detto espressamente ad Holly cosa pensa di lei, è una vera e propria liberazione, dato che tutto sembrava trattenuto in un pathos da lasciare senza fiato lo spettatore.

E sì, Colazione da Tiffany, soprattutto per questa scena, è considerato uno dei migliori film sentimentali di tutti i tempi.

Poi c’è la colonna sonora di Henry Mancini (compositore feticcio di Edwards) che – in particolare – sforna un vero e proprio capolavoro riproposto da molti cantanti, un vero classico: Moon River, brano che la stessa Hepburn suona – anzi, fa finta, neanche troppo credibilmente – con la chitarra (come nel romanzo d’altronde, soltanto che lì si nominavano pezzi specifici) stando seduta sul davanzale.

Come già accennato, ma è doveroso ripeterlo, altro elemento identificativo della pellicola – la Hepburn con la sua figura ha inoltre arricchito e caratterizzato il personaggio (già molto forte) di Holly – è il vestiario (con accessori annessi): tubino stretto nero, cappello a tesa larga, occhiali da sole, la collana di perle e l’immancabile sigaretta lunga.

Audrey Hepburn è una Holly Golightly perfetta: è riuscita a ricreare l’essenza e a dare umanità a questa giovane donna che appare così strana e sembra non aver mai bisogno di aiuto quando in realtà è una creatura fragile.

A chi è indicato questo cult? Ad un pubblico dalla vena romantica, ma anche agli anticonvenzionali trattati male dal mondo. È una pellicola classica che sicuramente piace a diversi tipi di persone per gli elementi di cui sopra. Ognuno può trovarci qualche spunto di interesse.

Impossibile che non l’abbiate visto anche solo di sfuggita. Ma nel caso non fosse così, cercatelo, acquistate il DVD, aspettate che venga trasmesso in televisione perché ne vale veramente la pena.

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