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I love you, Daddy: Louis C.K e il suo “non felice” esordio alla regia

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I Love You Daddy
I Love You Daddy

Esistono film che hanno un significato e un linguaggio che viaggia per moto contrario; attirando dietro di sé cause di forza maggiore, sfortunate contingenze, ma anche un cattivo auspicio, che ne condiziona il destino.

Quando si parla di nascere sotto una stella non favorevole, il richiamo va inesorabilmente a “I Love You, Daddy”; l’esordio alla regia del celebre comico Louis C.K.

Accolto con molta freddezza all’ultimo Festival di Toronto, il film esce adesso in alcune sale, dopo cancellazioni, scandali e altre vicende.

Tutto comincia con un articolo sulle prime pagine del New York Times, nel quale vengono rese pubbliche, per la prima volta, le denunce da parte di numerose  donne, che accusano il comico di molestie sessuali.

La vicenda personale s’intreccia irrimediabilmente con il tema estremamente scomodo del film stesso: Glen è un autore televisivo di successo e si trova ad affrontare la relazione amorosa tra sua figlia diciassettenne e un anziano regista settantenne, un po troppo sopra le righe.

Partendo da tali premesse, I Love You, Daddy, avrebbe avuto un destino, se non segnato, quanto meno contrastato dal modello persistente  relegandosi ad un’esistenza nel sottosuolo parallelo dello streaming pirata.

A questo aggiogassi il tono sprezzante e provocatorio con il quale viene trattata la storia, che non rinuncia a scagliarsi in modo molto diretto verso l’intero star system, da cui appare evidente anche il riferimento tematico alle vicende personali di Woody Allen e Roman Polansky; vicende a cui Hollywood tende da sempre a non prendere l’argomento.

Dal punto di vista strutturale, il film procede in maniera molto lineare, attraverso un ritmo narrativo molto equilibrato: il problema è che il tutto discende molto velocemente verso una sorta di distorsione grottesca della morale; attraverso citazioni ambigue e oscenità che relegano opera e regista ad un’autodistruzione complessiva, da cui lo stesso protagonista ne esce a pezzi.

La stessa ammissione di Louis C.K. riguardo le accuse che gli vengono rivolte, non solo distruggono in poco tempo l’immagine e la fama di un re della Stand up Comedy, ma decreta la fine di una carriera alternativa, già dal suo esordio.

Sembra quasi assurdo pensare di realizzare un film così estremo, sfruttando però una formidabile tecnica espositiva, nello stesso momento in cui, il caso Weinstein comincia a mietere vittime in tutto il mondo delle “stelle” e, su questo disastro, cercare di tirare su un circo mediatico così suscettibile all’opinione pubblica, relegando se stesso ad un “Mea Culpa” schizofrenico, che trasforma quell’episodio in una confessione consapevole.

Un vero peccato per un film che avrebbe delle potenzialità, se non fosse per questa intrinseca natura, che rasenta quella del serial killer che fa di tutto per essere catturato. I love you, Daddy, si muove a meta strada tra ostinato classicismo, nichilismo e psicanalisi collettiva, dove è lo stesso regista a fare i conti con se stesso e con il protagonista, in una sorta di auto-esilio volontario, dal quale lo spettatore ne rimane irrimediabilmente escluso.

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