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Il cult che vi voglio presentare questa settimana è stato scelto per continuare a parlare inoltre della collaborazione tra Robert Redford e il regista Sydney Pollack (due anni dopo Come eravamo).

Nella sede della CIA (OSINT) a Manhattan in cui si cercano giornali, fonti, libri e codici sospetti, irrompono dei sicari compiendo una strage senza risparmiare nessuno. L’unico sopravvissuto per caso e fortuna (era uscito per comprare la colazione) è Joseph Turner (nome in codice “Condor”). Scoprirà che invischiati ci sono proprio gli uomini della CIA e che un certo Leonard Atwood (Addison Powell) lo vuole morto. Verrà aiutato da una donna (Faye Dunaway) – che dovrà rapire per caso – con la quale avrà una relazione e dovrà sfuggire al killer Joubert (Max Von Sydow).

Come anticipato dalla trama, il titolo è I tre giorni del Condor del 1975, uno dei film di spionaggio/thriller/politico più famosi della storia del cinema. Si tratta dell’adattamento del romanzo I sei giorni del Condor di James Grady.

Cosa fa di questa pellicola un cult? La suggestione dell’ambiente cittadino, le atmosfere e soprattutto alcune scene successivamente imitate senza l’impatto che hanno qui. Ossia ad esempio la scena della strage, col protagonista Robert Redford che scopre sorpreso, sconvolto e impotente, che tutti i suoi colleghi – anche una sua amica e confidente – sono stati ammazzati brutalmente e che, nonostante ciò, si deve far forza e soprattutto dovrà stare all’erta con la paura di venir preso di mira. Lo spettatore rimarrà spiazzato esattamente come il protagonista. La situazione è cruda, fredda, realistica, di una forza drammatica intensa. Si contrappone perciò al resto del film, incredibilmente romanzato e palesemente di finzione.

Poi c’è la classica e inevitabile storia d’amore – in questo genere di film anni ’70 – con la donna che tiene in ostaggio: come detto prima Faye Dunaway (che in quegli anni interpretava sempre ruoli da mangiauomini un po’ fredda e grintosa ma anche altrettanto passionale e fragile). Relazione che farà da perno all’intreccio. È presente il cattivone e nemico di turno incarnato nel sempre fantastico Max Von Sydow (attore feticcio di Bergman e attivo anche negli ultimi anni in film commerciali) che ha quella algidità necessaria ed è totalmente in parte.

Che dire poi di Robert Redford? Un eroe perfetto, il divo perfetto per l’epoca e per la tipologia di pellicole (da ricordare anche Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula dell’anno successivo). Capitare nelle mani di Pollack (non dimentichiamoci de La mia Africa del 1985) è stata una delle sue fortune, visti i ruoli offertigli. Mai una sbavatura, Redford ha il portamento, la faccia, il carisma e il modo giusto nell’affrontare la vicenda e il suo eroico e scaltro personaggio.

Spionaggio, politica, cospirazione, in un’America ricca di problemi, attraversata dallo scandalo Watergate, con le istituzioni che si fanno la guerra fra di loro, con la complicità tacita dei giornali.

Vincitore anche di un David di Donatello speciale per la regia, è un film che è entrato nell’immaginario collettivo, riuscendo a racchiudere in sè tutte le migliori caratteristiche e qualità delle pellicole di spionaggio. Vengono usati cliché? Sì, era inevitabile. È tutto molto sterotipato, ma la sceneggiatura solida e la capacità, come al solito (tranne negli ultimi anni della carriera nei quali stava diventando un po’ troppo debole, seppur con qualche guizzo), di Sydney Pollack nell’addentrarsi in tematiche politiche molto contorte, ambigue e di fare un’analisi della società – americana, ovvio -, riescono a scavalcare questi schemi un po’ troppo stretti.

C’è chi dice che sia invecchiato male. Tutti i film di questo tipo tendono ad invecchiare in maniera un po’ diversa degli altri perché per l’appunto fanno riferimento a delle realtà di quel tempo, hanno uno stile molto caratterizzato e marcato che in quegli anni andava in voga, sfruttano anche l’ingenuità di un pubblico meno scafato, meno abituato a immagini violente e si rifanno – come in questo caso – a romanzi di un certo tipo, che hanno regole e meccanismi drammatici ben precisi.

Ma, come abbiamo visto, I tre giorni del Condor è un cult proprio per essere così riconoscibile, identificabile, riconducibile al suo interprete principale, con una trama con molti momenti da incorniciare, una regia puntuale. E soprattutto quel finale aperto che la prima volta lascia un po’ delusi ma che è tanto efficace al fine di rafforzare il significato d’insieme.

Insomma, dovete per forza recuperarlo al più presto! (Oppure potreste aspettare che venga nuovamente proposto da Rete 4: ormai è un classico).