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Il cacciatore: la serie tv che è più di una fiction

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Il cacciatore
Il cacciatore

La filosofia e il linguaggio delle Serie televisive, diventano un sinonimo comune d’identità culturale e collettiva, anche se non sono sempre storie appartenenti alla realtà. Merito della tecnologia utilizzata, delle inquadrature ricercate, di una sceneggiatura da cinema, ma soprattutto dell’intensità cruda e dettagliata con la quale si raccontano storie.

Come avviene per il cinema americano, anche in Italia la lunga tradizione di apprendistato su azione, tensione e linguaggio diretto, assieme alla profondità dell’immagine, hanno dato i loro frutti, al cinema così come in televisione.

Ecco perché da Romanzo Criminale in poi, si è sempre andato a migliorare: scenari realistici, fotografia leggermente sgranata e ritmi serrati, hanno dato il via a prodotti di altissima qualità, come Gomorra e 1992/93. Ciò che mancava era qualche eroe positivo: ed ecco che arriva sulla Rai, “Il Cacciatore”; serie in 12 episodi diretta a quattro mani da Davide Marengo e Stefano Lodovichi e ispirata alla storia vera del magistrato Alfonso Sabella.

Sappiamo già dove siamo e non solo per la triste fama che accompagna quel periodo, ma perché sia il protagonista che gli altri riconducono a quella dimensione, a quell’oblio della quotidianità di una Palermo fredda e distaccata, della cui indifferenza le cosche trassero il loro nutrimento vitale,oltre che sociale.

Gli anni ’80 sono passati e con essi tutti gli omicidi eccellenti, fino alle stragi di Capaci e via D’Amelio, ma anche delle bombe a Milano, Firenze e Roma.

In questo limbo di tensione sociale anestetizzata dalla politica interna, si muove il più giovane magistrato del pool antimafia; Saverio Barone (Francesco Montanari) con l’intento di fermare le mire espansionistiche dei nuovi vertici mafiosi, per creare una seconda fase di tensione sociale.

Gli antagonisti sono Leoluca Bagarella (David Coco) e Giovanni Brusca (Edoardo Pesce), il vero protagonista è lo scontro, presunto tra lo Stato e la mafia, sbandierato all’opinione pubblica, mentre la trattativa tra le due parti prendeva corpo, fino a diventare il perno di processi infiniti e rifugio di capitani di ventura ed eminenze grigie, annidati tra servitori dello stato, a ogni livello.

Un cast multiforme e perfettamente equilibrato, che attinge in parte da Romanzo Criminale e in parte da “Il Capo dei capi”, ma quello che risalta è che, per la prima volta, non vi è una rappresentazione romantica e per alcuni versi affascinante dei criminali, né la discesa inevitabile nell’inferno dei propri demoni della serie Gomorra. Qui il piano della giustizia e del crimine si giocano la partita emozionale ad armi pari e la regia non si limita a mostrare ciò che succede, ma cerca di essere parte attiva e presente.

La scrittura asciutta e lineare, non si pone il problema di descrivere, senza esser didascalica e la presenza di attori di grande livello, ne cuce il tessuto di attendibilità che la stessa restituisce alla vera storia di quel periodo.

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