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La morte corre sul fiume

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Il cult che mi accingo a trattare questa settimana è La morte corre sul fiume, primo e ultimo film dell’attore Charles Laughton del 1955 tratto dal romanzo The Night of the Hunter di David Grubb. La storia si svolge negli anni ’30.

In Ohio (Virginia), il predicatore evangelico Harry Powell (Robert Mitchum) vuole estorcere il bottino che Ben Harper, suo compagno di cella, aveva fatto nascondere ai suoi due bambini. Uscito di prigione, Powell sedurrà la vedova Harper (Shelley Winters), una bigotta campagnola e finirà per sposarla. Ma a chi punta, naturalmente, sono i figli di Harper: John (Billy Chapin) e Pearl (Sally Jane Bruce).

Una delle pellicole visivamente più belle e suggestive che siano mai state realizzate nel bianco e nero splendido e funzionale di Stanley Cortez, con un gioco perfetto di luci ed ombre. Certe immagini sembrano dipinti, sembrano uscite da un mondo irreale, fiabesco (soprattutto nel finale che contrasta con le situazioni tremende di poco prima e in cui Pearl e e John sembrano Hänsel e Gretel dei Fratelli Grimm) in un bianco e nero espressionista con luci ed ombre ben definite.

Il personaggio del predicatore Harry Powell – e le sue dita con le scritte Hate e Love (trovata citata, omaggiata a destra e a manca anche recentemente) – che canticchia e richiama i bambini con il suo: “Chiiiiiildreeeeeen!!!?!! Childreeeeeen!” (leitmotiv che anche il pubblico impara a conoscere e a temere) è uno dei personaggi più inquietanti che si siano mai visti al cinema: bravo e iconico Robert Mitchum (faccia giusta, qui una sorta di alter ego di Laughton), forse nel ruolo più incisivo e importante della sua carriera (insieme probabilmente a quello di Max Cady de Il promontorio della paura di J. Lee Thompson, poi rifatto nel 1991 da Martin Scorsese, nel quale al suo posto c’è Robert De Niro).

È importante sottolineare che la recitazione è sopra le righe per tutti (anche quella dei bambini, palesemente antipatici, irritanti, soprattutto la piccolina) e questo fa rimanere spiazzati e spaventa addirittura (le scene in cantina sono realmente la rappresentazione dell’Uomo Nero immaginario). Ed è ambiguo perfino il personaggio che dovrebbe essere buono, ossia Rachel Cooper, l’unica donna intelligente nel film (palese misoginia dell’autore), interpretata da Lilian Gish – attrice del muto (lavorò anche con David Wark Griffith, a cui Laughton qui si ispira insieme ) – che difenderà con tenacia i fratellini appostandosi sulla soglia di casa con il fucile puntato.

Shelley Winters è come sempre impeccabile nell’interpretare donne stralunate e sciocche (avrà una parte simile nel 1962, nell’altro cult, Lolita di Stanley Kubrick. Lì era Charlotte Haze, madre della protagonista, sedotta da Humbert Humbert, James Mason, anche in quel caso per arrivare alla minorenne).

Una curiosità: il regista detestava i bambini che pure erano i protagonisti della storia, perciò fece dirigere molte scene a Robert Mitchum stesso (sapendo comunque cosa volesse e come voleva risultasse). Bel montaggio, riprese originali e immagini bellissime – ad esempio quelle dei bambini che si nascondono nella casetta sul fiume di notte e vedono spuntare l’alba, ma anche l’inquadratura di Willa sott’acqua con i capelli che fluttuano e si confondono con le alghe, indimenticabili – che fanno rimanere letteralmente a bocca aperta.

Azzeccate anche le musiche tradizionali religiose. Un film assolutamente da vedere, da manuale, che ogni amante del vero cinema dovrebbe guardare almeno una volta. Indescrivibile a parole. E pensare che fu snobbato ai suoi tempi, ovviamente perché troppo avanti, complesso e scomodo. Infatti l’insuccesso decretò la fine della carriera di regista di Laughton. Un vero peccato!

Ma oggi – come capita spesso per fortuna – è stato rivalutato e da tutti considerato, a ragione, un cult. Un capolavoro che affascina ad ogni età. Per quante pellicole una persona abbia visto, rimarrà comunque soddisfatta perché bizzarro – e impossibile da etichettare in un solo genere (thriller, noir/dark, fantastico/horror) -, pieno di tensione e che suscita sentimenti contraddittori essendo piacevole alla vista e lascivo, controverso nei contenuti. Si parteggia per i bambini e al contempo li si detesta (questa dualità è dovuta sicuramente da quanto detto sopra, cioè l’odio del regista nei loro confronti).

Niente di più personale e fuori dagli schemi (e un po’ antiamericano, a dirla tutta, poiché mostra il lato oscuro di una parte di Stati Uniti con un protagonista, uomo di chiesa, senza scrupoli). Non privo di difetti (il finale un po’ affrettato può essere considerato un problema di sceneggiatura o più semplicemente di fretta), è nel suo piccolo – si scusi il gioco di parole – una grande opera di reale ispirazione, una perla rara e preziosa da recuperare e ricordare.

Vi mostriamo una breve scena del film presa da YouTube:

Appuntamento alla prossima settimana con “Il film cult della settimana“.

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