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Le armi non convenzionali e letali della storia del cinema

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Il cinema d’azione, così come il Thriller e persino il genere Horror è da sempre molto attivo nel rappresentare l’ordinarietà apparente con cui uno qualsiasi dei personaggi, che sia il protagonista o l’antagonista, riesca in qualsiasi momento e destreggiare una particolare quanto istintiva capacità di adattamento. Uno spirito di sopravvivenza che potremmo definire post-urbano, che richiede fantasia o inventiva nell’utilizzo delle risorse del momento.

Sono qualità che il cinema, nel bene e nel male, è sempre riuscito a sfruttare per dare maggiore compattezza e forza al personaggio, anche se spesso finisce con l’estremizzare troppo la suspence.

Tutti abbiamo imparato a tirare fuori qualche idea da MacGyver, ma anche le possibilità di montaggio sulle inquadrature non sono illimitate e spesso è necessario cambiare gli stessi oggetti di scena, nel momento in cui qualcuno spara o sta per ricevere un pugno.

Anche da queste necessità, si è fatta strada sempre di più l’idea di sfruttare oggetti quotidiani non convenzionali, assurdi e spesso paradossali, per uccidere o ferire qualcuno durante una scena.

Non si tratta di Krav-maga, né di decodifica post-dadaista sulla natura semantica dell’oggetto comune, ma di offrire nuovi spunti di azione e dinamismo a prodotti che spesso non lesinano in quanto ad azione.

Una delle scene più famose degli ultimi anni la troviamo in “The Equalizer“, nel finale del quale un enigmatico Denzel Washington metteva in scena una grande capacità di adattamento, sfruttando una pistola sparachiodi.

Anche nel sequel, uscito recentemente nelle sale, il suo personaggio si trova a utilizzare tutto ciò che trova a portata di mano in ambienti ordinari.

Ma la storia degli oggetti non convenzionali trasformati in armi è ricca di esempi celebri, affondando le radici oscilla tra i classici e le commedie d’azione.

Memorabile a tal proposito è il grosso fallo di porcellana che il protagonista di “Arancia Meccanica” Alex scaraventa addosso alla sua vittima, durante una delle scorribande notturne assieme ai suoi draghi. In questa occasione pare che Stanley Kubrick chiese a Malcolm Mc Laren di improvvisare letteralmente la scena.

Altro esempio importante è il cappello nel film capitolo “Operazione Goldfinger“, della saga di Agente 007 dove il cattivo più affascinante non è Goldfinger, bensì il suo autista asiatico con cappello dotato di lame; un’arma probabilmente scomoda, ma che desta sicuramente scalpore e fascino in chi ha sempre una certa curiosità nel vedere cosa farà il cattivo.

 

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