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Maratona di solidarietà per il medico italiano

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Il trasporto del medico (Fonte: intelligonews.it)
Il trasporto del medico (Fonte: intelligonews.it)
Il trasporto del medico (Fonte: intelligonews.it)

E’ una vera e proprio maratona di solidarietà quella che si è scatenata a favore del medico italiano di Emergency infettato dall’ebola in Sierra Leone, mentre soccorreva le popolazioni colpite dal pericoloso virus virale.

Le sue condizioni sono sempre stabili, non mostra alcun sintomo se non l’alta febbre, che però non gli impedisce di mangiare e bere autonomamente, oltre a preoccuparsi per la sorte dei suoi paziente, a cui tiene più della sua stessa vita.

Gino Strada, il fondatore di Emergency, racconta che il medico è uno tosto, che riuscirà a guarire molto presto, tornando così dai suoi pazienti, che tengono a lui in modo particolare, tanto che i sopravvissuti al virus intendono donare il loro sangue affinché si ristabilisca.

Scelta che fa onore ai volontari, ma il paziente viene già curato attraverso il farmaco sperimentale, utilizzato negli altri paziente europei, che in Italia non è legale ma per il quale è stato concesso l’uso dall’Aifa. Ma il sangue offerto non è del tutto inutile: secondo i medici esperti, il sangue dei sopravvissuti all’ebola contiene gli anticorpi che possono debellare il virus. Per questo motivo, assieme al paziente nel viaggio di ritorno in Italia c’erano anche le sacche del sangue donato, mentre una sacca di plasma è arrivata ieri, proveniente dall’infermiera spagnola guarita.

Gino Strada è sicuro che il medico torni presto sano al suo lavoro, e per questo ha affermato che gli invierà del lavoro da completare al computer, in modo che non rimanga indietro nei suoi studi. Strada si è soffermato nel ricordare che il pericolo per il contagio è piuttosto alto, e la paura aiuta a non fare sciocchezze, che potrebbe costare una vita. Ma la paura ha anche un effetto molto negativo, ovvero può impedire ai medici specializzati di andare in Africa per dare il loro contributo, con il timore di venir a loro volta contagiati. Il fondatore della ONG si domanda infine come può essersi infettato, riconoscendo al medico la meticolosità adottata quando entrava in contatto coi pazienti infetti. Un passo falso, comunque, può sempre capitare.

Per la sua volontà e voglia di aiutare, il paziente zero italiano è un modello da imitare, che pensa più ai suoi paziente che a sé stesso, correndo anche dei rischi enormi per salvare un perfetto sconosciuto.

di Alessandro Bovo

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