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Mattoncini Lego e Smartphone per rivelare il gas nervino

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Università del texas: Austin

Il Lego è forse il gioco che più ha influenzato l’adolescenza di tante generazioni, stimolando la fantasia, la praticità e l’azione. Ma che succede se si costruisce un box con i celebri mattoncini colorati e lo si unisce al gioco preferito da bimbi-adulti di oggi; lo smartphone? Un porta cellulare simpatico, anche se un po spigoloso? Non solo! E’ possibile nientemeno realizzare un rilevatore di veleni pericolosi, tra cui il Gas nervino.

L’idea è partita da un gruppo di ricerca guidato dall’Università del Texas a Austin. I ricercatori hanno preso una lampada  di Uv, una telecamera, una piastra a 96 pozzetti che viene di solito usata in ambito chimico e una scatola per alloggiare il tutto, fatta proprio dai Lego. Grazie a questa insolita architettura è stato possibile rilevare la presenza  di agenti altamente velenosi, classificati come armi chimiche di distruzione di massa,  sviluppati durante la Seconda guerra mondiale da chimici militari e utilizzati in seguito, anche per finalità terroristiche; ne è un esempio l’attentato alla metropolitana di Tokyo nel 1995.

Essendo tali sostanze, spesso impercettibili e inodore e che alterano la trasmissione degli impulsi nervosi, il gruppo internazionale di chimici, guidati da Xiaolong Sun, ha deciso di sviluppare un rivelatore molto preciso e soprattutto rapido, capace d’identificare la natura e la quantità di agenti velenosi. Il progetto sostiene l’idea dello studioso Eric Anslyn, che ha rivelato come non tutti i composti chimici siano tossici e abbia sviluppato una serie di composti in grado di neutralizzare i gas nervini, e che producono un bagliore tale che rende i veleni visibili a occhio nudo.

Sulla base di questa esperienza, i ricercatori hanno sviluppato un dispositivo capace di riprodurre il composto chimico di Anslyn, grazie a dei sensori chimici che in presenza di questi gas generano un’effetto fluorescente. E’ la telecamera sullo smartphone, con la sua particolare sensibilità a riconoscere il colore e la densità data dall’intensità della luce, mentre il software all’interno, analizza il colore e la luminosità per individuare gli agenti nervini presenti e in quale quantità. Una volta individuato è possibile procedere ad una specifica procedura di decontaminazione.

Per quanto riguarda la scatola dove alloggiare il dispositivo, si era pensato inizialmente  a un contenitore realizzato con una stampante 3D  ma, poiché i materiali prodotti non risultavano sempre accessibili o troppo costosi si è pensato di utilizzare qualcosa che, richiamando l’idea del gioco, contribuisse a sviluppare nuovamente la creatività, stavolta al servizio della scienza.

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