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Misery non deve morire

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1963491Misery1Il film cult di cui vi voglio parlare questa settimana è molto conosciuto in effetti. È tratto dal romanzo omonimo di Stephen King e racconta la storia di Annie Wilkes, una fan dello scrittore seriale Paul Sheldon che non sopporta l’idea che questi abbia fatto morire l’eroina della serie di libri Misery Chastain. Ecco che allora lo rapirà approfittando di un incidente e lo segregherà in casa torturandolo, legandolo al letto, colpendolo e obbligandolo a scrivere un nono libro e far così resuscitare Misery. Ovviamente verranno fatte delle ricerche dallo sceriffo della zona e l’epilogo non sarà per niente consolatorio.

In soldoni questo è Misery non deve morire di Rob Reiner del 1990. Thriller con una spruzzata di horror per alcune scene decisamente forti da reggere, è una pellicola girata benissimo. Genere inconsueto per Reiner, il quale si era sempre dimostrato più avvezzo (specializzato) in commedie brillanti come Harry ti presento Sally ma che in effetti si è cimentato anche successivamente in altre prove diverse (più o meno riuscite. Codice d’onore fa parte della seconda categoria).

Perché vedere questa pellicola? Per l’atmosfera – il Colorado poi nei mesi invernali è molto suggestivo – inquietante e tesa, per l’ambiguità della storia (la perversione si sa, piace), per la magnifica Kathy Bates (vincitrice per questo ruolo del premio Oscar come Migliore Attrice Protagonista – e un Golden Globe – per quanto possano valere. Fu la sua prima parte da protagonista) che ha saputo cimentarsi con convinzione nella scialba ma sadica Annie: la classica persona normale che ha una doppia personalità. Non si è risparmiata in niente. Ha dato tutto, anima e corpo: senza fare spoiler si può benissimo ricordare le scene fisiche con cadute e botte da orbi senza l’uso della controfigura. Ma ricordiamoci che questo film è costituito da inconsuetudine: anche James Caan, famoso soprattutto per i ruoli da duro, da gangster (Il Padrino è uno dei lavori per cui è noto), da persona tutta d’un pezzo, qui è la vittima. E gli riesce bene.

Altra cosa carina: lo Sceriffo Buster McCain (il grande Richard Farnsworth de Una storia vera di David Lynch) che si occupa delle indagini per il ritrovamento dello scrittore e la moglie Virginia (Frances Sternhagen) sembrano una coppia uscita da Fargo dei fratelli Coen, per la loro ironia mista a cinismo. Poi, come detto più sopra, l’ambientazione è più o meno simile (posto isolato, innevato, con una popolazione ottusa). Però Misery non deve morire è sette anni più vecchio.

Immagine: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Misery_non_deve_morire_(film).png
Immagine: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Misery_non_deve_morire_(film).png

Chi potrebbe gradire questa pellicola? Sicuramente chi ama la tensione, il thriller in generale ed anche chi non apprezza più di tanto gli horror (sono presenti scene raccapriccianti e sopra le righe ma non passano mai un certo limite), i fan – si lasci passare il termine, qui appropriato – di Stephen King (anche se molte cose sono state cambiate. Anche la scena ritratta nella foto in alto e probabilmente quella più memorabile e sorta di simbolo – quella col martello – è diversa rispetto al romanzo), chi ama le situazioni grottesche ed improbabili (o per meglio dire, l’estremizzazione di certi cliché).

Il tutto ha una leggerezza incredibile e il finale amaro ed enigmatico à la Eva contro Eva (di Joseph L. Mankiewicz) è la giusta conclusione di una piccola perla del cinema americano dell’inizio degli anni ’90. Chiunque l’avrà almeno sentito nominare: il titolo è entrato a far parte del linguaggio comune e viene citato spesso anche in altre opere (che siano cartoni, telefilm e lungometraggi).

Scritto da William Goldman (vincitore di due Oscar per la sceneggiatura di Butch Cassidy nel 1970 e per Tutti gli uomini del presidente nel 1977), è diretto con polso e sicurezza da Reiner che non perde neanche un momento la rotta e mantiene sempre una lucidità e una coerenza eccezionale (in questo genere cinematografico, vero i tre quarti, spesso viene meno). Non c’è niente che non funzioni. Il personaggio di Annie è talmente caratterizzato bene e incute talmente tanto paura (i paranoici e gli psicopatici sono forse i più temibili. Anche nella vita reale) da essere stato inserito nella classifica AFI (American Film Institute) al 17° posto tra i 50 cattivi del cinema americano.

È uno di quei film che si vorrebbe durassero all’infinito. Piacevole, avvincente, con scene indimenticabili. Assolutamente da recuperare o da rivedere.

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