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Morta Luciana Alpi, madre della giornalista Ilaria: 24 anni di verità negata

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24 anni alla ricerca costante di una verità: una verità per una figlia, ma anche per una professionista che ha pagato con la vita la sua costante ricerca della verità.

Lei è Luciana Alpi ed è stata per tutti la madre di Ilaria Alpi; la giornalista inviata del Tg3 uccisa, in un agguato a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, assieme al collega e cine-operatore Miran Hrovatin.

Non è riuscita a reggere il peso di mezzo secolo di sotterfugi, menzogne e depistaggi che potessero fare luce su quell’omicidio tanto spietato, quanto programmato: il suo cuore non ha retto all’ennesima richiesta di archiviazione del processo per individuare i responsabili; ieri alle 20.30 se né andata a 85 anni.

Era sposata e vedova di Giorgio Alpi, deceduto dieci anni fa, ed era diventata, suo malgrado, il simbolo di una battaglia ostinata, tesa alla ricerca scrupolosa di dati, testimonianze, che potessero fare luce e aprire un nuovo filone d’indagine su quello che è purtroppo solo un altro dei tanti misteri di stato.

La forza e il coraggio di questa donna coraggiosa, è stato quello di non arrendersi mai, scoperchiando il vaso di ipocrisie e omissioni che hanno accompagnato la morte dei due giornalisti, fin dalle prime ore successive all’attentato.

La vicenda

 

Ilaria Alpi, 28 anni, era inviata in Somalia per il Tg3, cade in un imboscata, a pochi passi dall’albergo dove risiedeva a Mogadiscio.  Un commando di sette persone si affianca alla loro auto, la sperona ed esplode numerosi colpi di kalashnikov,  poi si dà alla fuga. Nell’agguato cadono il collega Miran Hrovatin, 45 anni, che era seduto davanti e la Alpi trucidata, nel sedile posteriore.

Ilaria Alpi era da anni impegnata in diverse inchieste in terra Somala, per affrontare diversi argomenti sulla corruzione, il traffico di armi e la questione femminile.

I due giornalisti erano impegnati a seguire la missione Onu “Restore Hope” e per la giornalista romana, quella doveva essere la settima missione in Somalia.

La missione aveva lo scopo di porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991, in seguito alla caduta di Siad Barre. Anche l’Italia partecipò alla missione, nonostante le ritrosie dell’inviato speciale per la Somalia, Robert B. Oakley, a causa dei controversi rapporti del governo italiano con il dittatore deposto, negli anni ottanta.

Le inchieste della giornalista si sarebbero quindi inevitabilmente indirizzate ad un traffico di armi e di rifiuti tossici che vedevano la complicità dei servizi segreti italiani e di alte istituzioni del nostro paese.

Ilaria Alpi  avrebbe in particolare scoperto un traffico internazionale di rifiuti tossici prodotti nei vari Paesi occidentali e dislocati in alcuni paesi africani,  in cambio di enormi tangenti e  armi scambiate coi gruppi politici locali.

In seguito all’attentato, i misteriosi mandanti non sarebbero mai stati trovati, e i numerosi tentativi di depistaggio hanno rallentato tremendamente l’iter della magistratura, che in questi giorni si è trovata ancora a decidere sulla nuova richiesta d’archiviazione del processo.

Luciana Alpi, o meglio il suo corpo affaticato e malato non ce l’ha fatta, ma questa storia non è uno stimolo a non rassegnarsi; più che altro un modo per ricordare come il potere malato e corrotto, in questi decenni abbia deciso sulla libertà di opinione ed espressione, stabilendo chi avesse il diritto di vivere e morire.

Ricordare Ilaria e Luciana è un modo per tenere viva l’attenzione, specie per chi scrive, qualsiasi cosa scrive, sul fatto che la nostra libertà di informazione e opinione dev’essere considerata per quella che è: inviolabile e sacra; nonostante lo stato non sia sempre a favore di tale diritto, bisogna ricordare che esso è garantito dalla nostra costituzione.

Ricercare la verità è il modo migliore per difendere la memoria e l’azione di Ilaria, Miran e tanti altri giornalisti che questo diritto lo hanno pagato con il silenzio eterno.

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