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Papillon, Recensione del remake

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recensione papillon

Remake dell’omonimo film del 1973 con Steve McQueen e Dustin Hoffmann, “Papillon” è una lucida analisi sul valore dell’amicizia, della libertà e della speranza

L’indirizzo preso da tempo da Hollywood è ormai ben noto: ripristinare vecchi e gloriosi film del passato in chiave moderna, utilizzando una tecnica narrativa in cui è la velocità a dominare e avvalendosi, se possibile, della computer grafica. Questo revival cinematografico dei decenni passati ha permesso anche ai più giovani di scoprire o di avvicinarsi a vecchi film verso cui non avrebbero mai nutrito alcun interesse.

Il problema essenziale del remake o reboot rimane però sempre lo stesso: il confronto con l’originale. Anche quando si tratta di prequel o sequel, l’originale è sempre lì a pesare e a rendere il paragone spesso impietoso, non tanto per una distanza temporale e tecnica evidente, quanto piuttosto per il ricambio generazionale degli attori, spesso non all’altezza di emulare le gesta dei loro predecessori.

Questa premessa è necessaria soltanto per comprendere meglio in che modo vada valutato un film come Papillon, remake dell’omonimo film del 1973, diretto da Franklin J. Schaffner e interpretato da Steve McQueen, affiancato da un Dustin Hoffmann come al solito straordinario.

Il soggetto, di per sé, è abbastanza abusato a Hollywood: il tema carcerario. I cliché sono dietro l’angolo: il direttore severo, il detenuto buono, il detenuto aggressivo e quello che, come è naturale, non fa altro che sognare l’evasione. In prigione, ogni detenuto assume, insomma, un ruolo, quello che più si adatta alla propria personalità.

Ed è quello che capita a Henri Charrière (Charlie Hunnam), detto Papillon per la farfalla tatuata sul petto. Abituato alla vita mondana parigina degli anni ’30, tra le frequentazioni notturne del Moulin Rouge, l’alcol e le donne, Papillon viene condannato per omicidio al trasferimento nella colonia penale della Guyana francese, in Sudamerica.

Il viaggio è a dir poco infernale e la sopravvivenza è impossibile. Chi tenta di evadere sarà punito con due anni di isolamento; al secondo tentativo, se ne aggiungeranno altri cinque. L’omicidio è punito con la ghigliottina.

Durante il trasferimento in Guyana, Papillon conosce Louis Degas (Rami Malek), accusato di aver falsificato i buoni del tesoro. Degas ha con sé il denaro necessario per corrompere le guardie e ottenere la fuga. Papillon si offre di proteggerlo durante il viaggio in nave per la Guyana, in cambio di aiuto quando cercherà di evadere. Da questo momento in poi, tra i due nasce una singolare amicizia, un rapporto simbiotico che spinge l’uno a qualunque cosa pur di salvare l’altro.

Se, come si è già detto, in un film carcerario è molto difficile non abbondare con i cliché, ecco che in Papillon questi stereotipi dannosi finiscono in secondo piano, e questo perché la sceneggiatura, ricalcata in modo molto fedele su quella del 1973, riesce a far emergere i veri temi del film.

Innanzi tutto, l’amicizia. La prigione è un luogo in cui i detenuti sono abbandonati a se stessi e l’ultima cosa di cui hanno bisogno è fare amicizia. Se ci sono compagni, è soltanto in via del tutto provvisoria, e questo perché molti, vinti dalla disperazione, preferiscono morire. Non ha senso dunque affezionarsi a qualcuno, non perlomeno in circostanze così drammatiche. Eppure Papillon e Degas oltrepassano questi limiti e riescono legarsi in modo imprescindibile.

Il secondo tema è la speranza, incarnato da un Papillon incapace di arrendersi. Il primo tentativo di evasione fallisce e lo condanna a due anni di isolamento. La follia è lì vicino ma Degas, in qualche modo, riesce ad aiutarlo, fornendogli della frutta fresca. Il direttore vuole sapere da Papillon il nome del suo misterioso benefattore. Il silenzio di Papillon porta al dimezzamento della razione e a una sofferenza inaudita. Papillon, però, è l’ultimo ad arrendersi, l’ultimo a perderla, quella speranza che lo mantiene in vita.

papillon 2018Terzo tema è il desiderio di essere libero. La grande vitalità di Papillon, unita a una straordinaria forza di volontà, lo rende coraggioso, forte e orgoglioso. Dall’altro lato, Degas ha capito benissimo di avere in Papillon molto più che un angelo custode. La protezione ricevuta non è legata a secondi fini ma a pura amicizia.

Se a questi temi universali e del tutto originali per un film ambientato in prigione, si aggiunge un’ambientazione esotica e suggestiva, il risultato finale sarà l’intrattenimento puro, l’avventura, a cui si aggiunge una profonda riflessione sul valore della vita umana e sulla brutalità della colonia penale della Guyana francese.

Papillon, considerazioni personali

Il film di Michael Noer, rispetto a quello di Schaffner, aggiunge la contestualizzazione. Così, mentre nel film del ’73 si sapeva che Papillon era stato accusato di omicidio ma non si sapeva che cosa esattamente fosse accaduto prima dell’arresto, ecco che in questo caso si lancia uno sguardo, seppur breve, anche sulla vita di Papillon libero. Il film di Schaffner non contestualizzava il momento storico: e il finale era piuttosto aperto. In questo i due film si differenziano.

L’altra grande differenza risiede negli interpreti. Il confronto, come si è detto, è inevitabile: se per McQueen e Hoffmann è inutile spendere altre parole di elogio, una menzione va fatta per le prove convincenti di Hunnam e Malek, che non saranno mai all’altezza dei due interpreti del ’73 ma che mostrano, ad ogni modo, di sapersi calare in ruoli tutt’altro che semplici e di non sentire il peso del confronto.

Infine, bisogna valutare Papillon in due modi: come opera a sé stante o come opera ricalcata sull’originale del ’73. Nel primo caso, ignorando l’originale, risulta un buon film di intrattenimento, ben diretto e interpretato. Se invece confrontassimo Papillon con il film di Schaffner, ecco che otterremmo la riproposizione quasi pedissequa di un grandissimo film con una coppia straordinaria di interpreti.

La conclusione è semplice: l’obiettivo del Papillon di Noer non è far riscoprire un classico del cinema ma far riflettere sull’importanza dell’amicizia in momenti di atroce sofferenza e di difficoltà e sul valore della speranza in situazioni drammatiche.

Se poi, dopo la visione del nuovo Papillon, si andrà a riscoprire anche il film del ’73, allora si potrà davvero gridare al successo.

Trailer

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