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Recensione: “12 Anni Schiavo”

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locandinaUscita nelle sale: 20 Febbraio 2014

Titolo originale: 12 Years a Slave

Regia: Steve Mc Queen

Cast: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Lupita Nyong’O, Brad Pitt

Produzione: USA 2013

Genere: Biografico/Drammatico

Durata: 134 min.

Stati Uniti 1841: Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è un musicista di colore che abita con la sua famiglia a Saratoga, una delle poche città in cui i neri possono ancora vantare il diritto di libertà dalla schiavitù. Un giorno egli riceve la visita di due uomini bianchi che gli offrono un lavoro come violinista: non sa però che essi sono tutt’altro che agenti di spettacolo: infatti dopo aver bevuto parecchio alcool durante una serata, egli si addormenta confuso e ubriaco per poi risvegliarsi incatenato. Da qui e per ben 12 anni lavorerà nei campi di cotone e vivrà sulla sua pelle quella schiavitù di cui tanto ha sentito parlare: una prigionia fatta di violenze fisiche ma soprattutto psicologiche. L’unico suo pensiero sarà quello di non farsi mangiare dalla disperazione con l’obiettivo di avere di nuovo la sua identità, il suo nome e soprattutto la sua famiglia.

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Dopo il successo di The Butler, anch’esso riguardante la schiavitù e la lotta per i diritti dei neri, arriva nelle sale 12 Anni Schiavo, il nuovo film diretto da Steve Mc Queen. La storia è basata sull’omonimo libro scritto da Solomon Northup, nero d’America che dal 1841 al 1853 è stato schiavo dei bianchi e che, dopo la sua liberazione, ha deciso di regalarci le sue memorie nonché brutali esperienze per sensibilizzare le masse e lottare per uno dei più grandi periodi bui americani. Attualmente il film è in corsa per l’Oscar e vanta ben 9 nomination tra cui: miglior film, miglior regista, miglior protagonista e miglior sceneggiatura.

“Tu non sei un uomo libero e non vieni da Saratoga: tu vieni dalla Georgia e non sei altro che un fuggiasco nero”. In realtà Solomon Northcup è stato incastrato e poi rapito per far parte dell’esercito di schiavi degli stati del Sud molto segregazionisti. I suoi documenti sono dispersi e lui viene costretto quindi a dimenticare la sua provenienza e la sua vita passata: verrà chiamato semplicemente Platt per uno scambio di persona. Tolta la libertà e tolto il proprio nome, “per sopravvivere non dire chi sei realmente e che sai sia leggere che scrivere; a meno che tu non voglia morire”. Quindi sia dalla parte dei bianchi che dei neri la soluzione è una sola: abbassare la testa e tacere. Questa è l’idea di base da cui si svolge poi tutto il film: non tutti i neri sono nati e cresciuti come schiavi, ma alcuni di loro hanno conosciuto sia la libertà che la prigionia e a maggior ragione non vivono la segregazione in modo passivo e arrendevole come chi invece ha vissuto solamente nei campi di cotone. Questa è la reazione di Solomon (per tutti Platt) che all’inizio cerca di uscire dalla trappola ma poi decide di sopravvivere tenendo dentro ricordi e flashback.

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Questi 12 anni lo portano a servire più padroni: il primo è William Ford (Benedict Cumberbatch) che sebbene sia uno schiavista, in lui risiede ancora un po’ di umanità: il problema è il guardiano della piantagione, John Tibeats (Paul Dano) che fin da subito percepisce in Solomon una personalità e un’intelligenza che gli schiavi non devono assolutamente possedere né tantomeno mostrare. Una delle scene più significative è proprio quando il guardiano, dopo vari tentativi di provocare Platt, finisce per impiccarlo, ma poco dopo l’uomo viene salvato. “Solo il padrone può decidere la fine di uno schiavo, non tu!” gli viene detto: e così Solomon viene lasciato col cappio al collo, in bilico e con i piedi che tentano in tutti i modi di toccare terra. Un albero, il rumore delle cicale e lo scricchiolio della corda; infine i piedi dello schiavo che toccano a malapena il fango. Lo spettatore rimane a guardare questa scena per svariati minuti in un silenzio imbarazzante notando che intorno all’uomo ci sono tutti gli altri schiavi che fanno finta di niente: c’è chi continua a lavorare, chi gioca e chi si chiude nelle proprie abitazioni.

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Il secondo padrone è invece Mr.Epps (Michael Fassbender), un uomo pieno di sé e cattivo: il vero padrone senza un briciolo di sentimenti e misericordia. È qui che Platt vive la più grande tortura, perché ogni giorno deve raccogliere una quantità sufficiente di cotone per non subire frustate che purtroppo non riesce ad evitare. È da questo capitolo in poi che il personaggio ha un suo dramma e la sua angoscia inizia a prendere il sopravvento, ma egli continua a testa bassa a suonare il suo violino durante le festicciole che Mr. Epps organizza per il suo solo sadico divertimento. Ma sarà anche qui che conoscerà Samuel Bass (Brad Pitt), l’unico con cui può parlare e rivelare la sua identità. “Che differenza c’è tra un bianco e un nero?”

Questo è 12 Anni Schiavo, un film tanto biografico quanto drammatico che non può non destare reazioni (positive e negative) in chi lo guarda. Il regista Steve Mc Queen ha affermato che il suo intento era proprio quello di soffermarsi sulle scene più crude per mostrare ciò che realmente ha letto in quel libro che tanto lo ha affascinato e colpito da farlo diventare un film. Scene violente che non potevano essere evitate e momenti di apatia e patinature altrettanto volute: la campagna soleggiata e calda ma che racchiude anche tanta frustrazione e poi i primi piani di questi zombie il cui unico sfogo è quello di cantare tra i campi, quasi a invocare e pregare il Signore che è la luce del Sole e l’aurora. Un film che proprio per l’argomento trattato è difficilmente attaccabile; avrà sicuramente dei difetti ma che passano in secondo piano grazie alla bravura di tutto il cast, soprattutto del protagonista Chiwetel Ejiofor.

“Se Django ha aperto le porte, 12 Anni Schiavo le ha spalancate”

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