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Recensione: Big Eyes

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big eyes

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Uscita nelle sale: 01 Gennaio 2015

Regia: Tim Burton

Cast: Amy Adams, Christoph Waltz, Krysten Ritter, Jason Schwartzman

Produzione: Usa

Genere: Biografico, Drammatico

Durata: 105 min.

Dopo i due deludenti Alice in Wonderland e Dark Shadows e il remake del cortometraggio giovanile Frankenweenie, Tim Burton, con Big Eyes, torna a raccontare una storia tipicamente umana, proprio come aveva fatto nel film meno burtoniano ma forse più riuscito di tutti, Big Fish.

Elemento in comune, oltre all’assonanza del titolo, è il rapporto tra menzogna e verità, una dicotomia che perdura fino alla fine.

1958. Margaret è una donna separata con una bambina. Ama dipingere ma cerca lavoro altrove. La caratteristica della sua arte, ancora misconosciuta, è il ritratto, e in particolare ritratti di bambini dai grandi occhi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e i grandi occhi di Margaret (una Amy Adams impeccabile) si rispecchiano proprio su di essi. Sono quegli occhi a fare innamorare la gente ma Margaret ha un problema non da poco: non sa vendersi. Per questo, quando conosce l’avvenente pittore Walter Keane (Christoph Waltz) e lui le chiede di sposarlo perché il suo ex marito pretende l’affidamento della bambina, Margaret non può tirarsi indietro. Walter è un abile comunicatore, uno che sa bene come vendere (non a caso fa l’agente immobiliare, anche se si diletta in pittura). Proprio per questo, Walter spaccia per propri i quadri di Margaret, che dopo un’iniziale titubanza accetta poi di restare all’ombra del marito, riconosciuto come uno degli artisti più apprezzati in America. Ma i sensi di colpa non possono essere soffocati e l’avidità di Walter cresce a dismisura finché Margaret non decide di rivelare al mondo la sacrosanta verità.

È un patto col diavolo, quello di Margaret con Walter, non molto diverso da quello tra il Dottor Faust e Mefistofele. Un patto che le permette di riscuotere consensi indiretti ma di non essere mai apprezzata come pittrice, un peso che grava sempre di più su di lei, per non parlare del triste sguardo dei bambini che Margaret è costretta a dipingere per permettere poi a Walter di accrescere la propria fama. L’emancipazione di Margaret, simbolo anche di tutta l’emancipazione femminile negli anni Sessanta, giunge nel momento in cui la donna scopre il valore della verità; e se già era stato molto difficile mentire a una figlia ben conscia ormai dei meriti di una madre succube di un marito palesemente bugiardo, per Margaret ancora più difficile era mentire a se stessa ma soprattutto ai propri ritratti, dallo sguardo vivo e tenero, capaci quasi di rivendicare la propria genesi standosene immobili, in silenzio, ma tristi.

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Al centro di Big Eyes non c’è soltanto la difficoltà a essere e a esprimere se stessi ma il rapporto autentico tra arte e artista, intendendo l’opera d’arte non troppo diversa da un rapporto tra un genitore e un figlio. I ritratti di Margaret Keane sono degli orfanelli alla ricerca di chi li ha accuditi fino in fondo, di chi li ha creati con il cuore, oltre che con la mente. Dall’altro lato, c’è Walter Keane, un uomo disperato che vuole fare dell’arte la propria vocazione ma che, incapace di ammettere a se stesso, prima che agli altri, la propria mediocrità, crede che oscurando la verità con la menzogna sia possibile trovare un appagamento che non avrà mai. I soldi e la splendida villa che Walter è riuscito a permettersi grazie al sudore di Margaret non potranno che dargli un appagamento effimero e portarlo a desiderare sempre di più. È il circolo vizioso del consumismo da cui Margaret vuole liberarsi, rivelandosi non soltanto come una grande artista ma anche e soprattutto come una donna indipendente, emancipata dalla schiavitù coniugale.

Se in Big Fish la menzogna si mescolava alla verità ed era necessaria per trasformare una vita mediocre in una serie di esperienze imprevedibili e affascinanti, in Big Eyes la menzogna provoca soltanto un’illusione, l’illusione che l’arte abbia come fine ultimo il mercato e quindi la vendita. Margaret Keane è invece l’esempio supremo di come l’arte sia per l’artista la più forte espressione interiore, la nudità umana che non può essere comprata a nessun prezzo.

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