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Recensione: Blue Jasmine

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blue jasmine

 

blue_jasmineBlue Jasmine

 

Regia e Sceneggiatura: Woody Allen
Cast: Cate Blanchett, Alec Baldwin, Sally Hawkins, Bobby Cannavale, Louis C.K., Peter Sarsgaard, Michael Stuhlbarg
Genere: Commedia drammatica
Produzione: USA, 2013
Durata: 98 minuti

Dopo otto anni Woody Allen torna a girare in America, concludendo una volte per tutte la “tournee” europea iniziata a Londra con Match Point (2005) e conclusasi a Roma con To Rome with Love (2012), facendo tappa anche a Barcellona e Parigi con la parentesi americana di Basta che funzioni (2009). I risultati sono stati altalenanti, dall’ottimo – Match Point e Midnight in Paris –  al disastroso – Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni e To Rome with Love.

Per il ritorno in patria Allen sceglie di dividere la narrazione sulle due coste degli States: a Est siamo a New York, dove si svolgono i flashback, mentre a Ovest la location è San Francisco, per il presente del racconto che vede protagonista Jasmine (Cate Blanchett), ancora in stato semi-catatonico dopo essere stata vittima (o complice?) del tracollo finanziario e dei plurimi adulteri del marito (interpretato con notevole faccia da schiaffi da Alec Baldwin). Fuggendo dall’altra parte degli Usa, cerca di raccogliere i cocci della sua vita in frantumi, ospite della ben più modesta sorella (Sally Hawkins), cercando di capire cosa fare da grande, tra corsi di arredamento d’interni online (ma non sa usare il compuer), più o meno riusciti tentativi romantici e lavori (per lei) poco appaganti.

Il personaggio interpretato da Cate Blanchett è respingente, soprattutto all’inizio, con la spocchia da chi è abituato ad avere tutto ciò che vuole senza muovere un dito, la presunzione di essere superiore agli altri solo per questo e l’incapacità di sapersi rapportare con la vita di tutti i giorni. Imbottita di Xanax e con il bicchiere di Vodka Martini sempre pieno, Jasmine è una donna già oltre l’orlo della crisi di nervi. La sua è a tutti gli effetti una tragedia e non basta la solita ironia caustica di Woody Allen – forse qui leggermente meno ispirato del solito – per convincerci che si tratti della solita commedia del regista. Tutto il film è l’analisi di un fallimento e le conseguenze che il tracollo può avere sulla vita di una donna che si ritrova dall’aver tutto al non avere nulla (se non le valigie di Loius Vitton, imprescindibili ovviamente). In questo caso è efficace la struttura adottata da Allen che inframezza molto spesso la nuova vita di Jasmine con flashback di quella precedente. Il distacco tra partite a polo, gioielli e feste lussuose e la sua nuova condizione è ovviamente evidentissimo, a maggior ragione se paragonata continuamente alla vita della sorella (adottata) che la ospita momentaneamente, la quale si accontenta di quello che ha e quando cerca qualcosa “di meglio” su sollecitazione di Jasmine, si scontrerà anche lei con la bassezza degli uomini. D’altronde l’umanità mostrata da Allen è quasi sempre bugiarda e egoista, tanto che alla fine a uscirne positivamente è solo il semplice fidanzato della sorella, l’unico apparentemente in grado di provare sentimenti “puri”, seppur con tutto il corollario di telefoni staccati e scenate pubbliche. Non è certo una novità nel cinema del cineasta di New York che ha quasi sempre dipinto con abbondanza di spirito, le idiosincrasie che caratterizzano l’animo umano.

Blue Jasmine fatica comunque a convincere appieno, mantenendosi nella medietà dei prodotti alleniani post-2000, seppur, come si è detto, si distacca da questi virando più sul versante drammatico, senza raggiungere però le punte nerissime di Match Point e accostandosi più alla tragicommedia pura di Basta che funzioni. Come si diceva l’ironia non sempre va a segno e di quelle battute davvero brillanti alle quali Allen ci ha abituati ce ne sono poco più di un paio, mentre il resto serve soprattutto a bilanciare la tragedia della protagonista e aiutarci a empatizzare con lei. Allen ovviamente sa ancora come vivacizzare un racconto e non ha perso il tocco in sede di sceneggiatura, con la sua capacità di tratteggiare personaggi al limite del caricaturale ma riusciti e situazioni paradossali in grado di sottolineare gli aspetti più profondi.  D’altra parte la regia non offre quasi motivi di interesse supplementari e anche la fotografia esalta le immagini solo un paio di volte, mantenendosi per lo più piatta. Sulla colonna sonora nulla da dire, con la solita partitura di brani jazz tipica del regista. Di sicuro Cate Blanchett porta sulle sue spalle la maggior parte del film e pur se la sua interpretazione è convincente, confermando una volta di più la sua bravura, la sensazione che sia in costante overacting è abbastanza forte (anche colpa del doppiaggio probabilmente), facendo alle volte perdere di credibilità e estraniando lo spettatore.

Blue Jasmine è un film riuscito solo a metà, gradevole ma dimenticabile, non certo quel ritorno alla genialità del regista che in molti avevano invocato, giudicando con forse troppa severità gli esiti più riusciti della sua parentesi europea, dai quali quest’ultimo film non si eleva in maniera significativa. Intanto Woody, incurante di tutto, continua il suo lavoro come sempre – dal 1982 dirige un film all’anno – ed è già a buon punto del suo prossimo progetto, Magic in the Moonlight – con Emma Stone (potenzialmente un’attrice perfetta per la comicità del regista) e Colin Firth – che illuminerà il buio delle sale dall’estate 2014.

 

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