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Recensione: Cenerentola

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Non è tuttora molto chiaro come il grande attore e regista irlandese Kenneth Branagh sia arrivato a dirigere Cenerentola, versione cinematografica di una delle favole più amate dai bambini. Quello di cui non riesco a capacitarmi è come e perché Branagh, da regista shakespeariano qual era, abbia cambiato drasticamente rotta, arrivando a dirigere quel film ignobile di Thor e un mediocre action-movie basato sul personaggio fittizio di Jack Ryan nato dalla penna di Tom Clancy.

Fatta questa breve annotazione alla carriera filmografica del regista, giungiamo ora a par-lare di Cenerentola, remake in live – action dell’omonimo film d’animazione degli anni ’50. D’altronde, è proprio la Disney a produrre l’ultima pellicola di Branagh, già allora casa produttrice della succitata versione animata.

Nonostante i giudizi aprioristicamente caustici provenienti dalla grigia massa dei moralisti, questo film, oltre a essere favoloso, in tutti i sensi, è anzitutto una festa, una gioia, una gemma preziosa. Infatti, entrare in sala e vedere file intere di poltrone occupate da bambini scattanti, felici ed emozionati non ha prezzo. Come noi siamo cresciuti con i più grandi capolavori Disney del ventesimo secolo, così loro lo faranno con questi grandi film, diretti magistralmente da registi in grado di cogliere un insegnamento vitale e di veicolarlo con fuochi d’artificio, magiche storie d’amore e magici incantesimi.

Dal punto di vista registico e scenografico, questa fresca versione di Cenerentola è inoppugnabile. Gli interni del Royal Naval College e gli esterni del palazzo di Winsdor sono sfarzosi, suntuosi e caricano ogni inquadratura di un’atmosfera monumentale, quasi sospesa, irreale. E’ evidente quanto Branagh si sia ispirato, in modo del tutto autoreferenziale, al suo più epico capolavoro, al suo Hamlet del 1996, ambientato al Blenheim Palace. D’altra parte, quando nel tuo team hai il colossale scenografo italiano Dante Ferretti (vincitore di tre premi Oscar) e la fenomenale Sandy Powell (anch’essa premiata tre volte dall’Academy) come costumista, il risultato non può essere altro se non un capolavoro estetico.

Se ci aggiungiamo poi l’elegante e raffinata regia caratteristicamente branaghiana, risulta davvero difficile non apprezzare questo Cenerentola. Già solo la primissima inquadratura, che mostra Cenerentola e i suoi genitori stesi sul prato, è piuttosto pittorica – e non pittoresca! -, ed evoca quel capolavoro artistico, dipinto ad olio su tela, di Colazione sull’erba di Edouard Manet. Tutte le riprese paesaggistiche, d’altronde, si ispirano a quei bellissimi quadri impressionisti francesi, ai vari Monet, Renoir, Pissaro o Bazille.

Anche prima di visionare effettivamente questa pellicola, ero comunque certo che Branagh e la Disney, vuoi per il loro carattere, vuoi per secondi fini, avrebbero puntato e investito tutto sulla sfera più prettamente “artistica”, vale a dire sulla scenografia, sui costumi e sulla colonna sonora, curata, peraltro, da Patrick Doyle, collaboratore storico del regista irlandese. Non pensavo, invece, che sarebbero stati in grado di scegliere attori, protagonisti e non, del tenore e del calibro di un film così ambizioso e, a buon diritto, superbo. Tutta-via, sia Lily James, che, essendo una ragazza dalla normale e semplice bellezza, è del tutto adatta ai panni della Cenerentola ragazza di campagna, sia Richard Madden (ovvero Robb Stark de Il trono di spade) interpreta il Principe Azzurro con modestia e in modo pulito, senza sbavature, evitando di precipitare in quella pietosa e ingiustificata solennità espressiva.

Come se ciò non bastasse, Branagh ha voluto arruolare nel suo perfetto cast due grandi nomi dello scenario femminile hollywoodiano. La prima è la divina Cate Blanchett, splendida donna di classe e assai raffinata, interprete della Matrigna cattiva di Cenerentola. L’altra è Helena Bonham Carter, che, dopo aver divorziato da quel folle di Tim Burton, ha finalmente deciso di abbandonare i ruoli da ninfomane sclerata e depressa (vedi Fight Club e tutti i film dell’ex marito) per assumere i panni della squillante e protettiva Fata madrina. Infine, sono presenti anche due attori feticci di Branagh, ossia il teatrale Darek Jacoby, che interpreta il padre morente del Principe Azzurro, e Stellan Skarsgard, qui Gran Duca, consigliere del re.

Insomma, come detto sopra, quello che più importa è vedere le piccole generazioni emozionarsi, piangere, ridere e, soprattutto, applaudire di fronte a un film del genere. Sono storie come Alice nelle meraviglie, Biancaneve, La bella addormentata o Cenerentola che ci han-no formato e ci hanno insegnato determinati valori, etici e morali, da perseguire nella vita e saranno queste medesime, fatte di sogni, inni alla vita, incantesimi, viaggi e magie, a consapevolizzare le nuove generazioni, a insegnar loro in che cosa consiste la vita, nelle sue gioie ma anche nei suoi più tragici drammi, perché, si sa, basta un po’ di zucchero e la pillola va giù.

A. G. D. G. W. D.

(Alla gloria del Grande Walt Disney).

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