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Recensione: Cloro

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Cloro narra la storia di Jenny, un’adolescente di Ostia di diciassette anni costretta a trasferirsi con il fratellino e il padre in montagna, dopo la morte della madre a seguito della quale il genitore ha perso il lavoro e la casa. Il film inizia in medias res; il breve preambolo mostra solamente la passione della giovane ragazza, ovvero il nuoto sincronizzato, di cui sogna di diventare un giorno una campionessa. Del padre si sa solamente che è caduto in una grave depressione da cui sembra non voler uscire, ormai la sua voglia di vivere è morta con la moglie, lasciandolo abbandonato in uno sconforto senza ritorno e facendo ricadere su Jenny le responsabilità di un adulto. La giovane nuotatrice è costretta a lasciare la scuola, per poter lavorare a tempo pieno nell’hotel vicino alla nuova casa, trasformandosi improvvisamente in madre sia per il piccolo Fabrizio, sia per il padre Alfio.

Lamberto Sanfelice, alla sua prima esperienza in cabina di regia in un lungometraggio, ha scelto di usare la macchina da presa come un novello Pascoli, osservando da dietro la serratura, con uno sguardo leggermente distaccato dalla situazione, come se la stessa protagonista guardasse se stessa durante un’esperienza extracorporea,nella quale non riesce a riconoscersi.

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Jenny si trova anche vivere un’esperienza geografica completamente differente a quella a cui era abituata: la dicotomia tra mare e montagna è essenziale nella logica del film, nella quale si identifica il binomio antinomico tra la libertà marittima, sconfinata e capace di dare voce all’energia adolescenziale, e la prigione fatta di vette innevate, immobile al cambiamento ed isolata dalle speranze che la giovane aveva riposto del nuoto. L’unico elemento che tiene vivi i sogni dell’adolescente è la presenza di una piscina nell’albergo, oasi di pace e luogo dove può estraniarsi dal mondo, dalle responsabilità familiari e dal peso di una situazione oppressiva che sembra non poter reggere più.

Fabrizio, il fratellino di otto anni della protagonista, è forse il personaggio più riuscito del film: il piccolo attore è riuscito a mostrare bene la sofferenza che solo un bambino può provare, l’estrema confusione che l’ingenuità puerile può generare e il disagio verso la situazione insensata che si trova di fronte, come l’incapacità di dare una spiegazione alla morte della madre e al comportamento del padre. L’unico appiglio che gli è rimasto è la sorella, sporgenza nella montagna delle difficoltà in cui è stato catapultato, appiglio che però non vuole essere tale, infatti Jennifer lo mal sopporta, identifica in lui l’unico ostacolo che la separa dal tanto desiderato ritorno ad Ostia. La maggior parte del lungometraggio è un tentativo del bambino di avvicinarsi alla sorella, di aggrapparsi a lei per non sprofondare, mentre Jenny ha un atteggiamento esattamente contrario, vuole a tutti i costi sbarazzarsi di lui, un peso da lasciarsi alle spalle per poter tornare a galla; fanno eccezione solo alcune sequenze nel film in cui l’affetto fraterno sembra rinascere e nuovamente sbocciare nonostante le difficoltà.

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Il lungometraggio è pieno di spazi vuoti, scene colme di nulla ed ambienti descrittivi mascherati da elementi narrativi, i quali però non riescono a trasmettere a pieno la tragicità che i due fratelli sono costretti a vivere. Il silenzio e l’introspezione dei personaggi sono i veri protagonisti dell’opera di Sanfelice, troppo chiusi e poco disponibili verso il pubblico. Lo sforzo che lo spettatore è chiamato a fare è importante: la sua attenzione, non facile da mantenere durante la durata del film, è minata dalla lentezza con cui la pellicola procede. Lo stesso finale dell’opera cinematografica è emblematico della regia dell’esordiente regista: esso non completa il percorso intrapreso, già di per sé tronco dato l’inizio in medias res, lasciando la protagonista in balia di uno stile verista senza risposte e spiegazioni.

Fatte queste considerazioni, non si può non comprendere che alcuni scelte sono figlie di un’acerba regia, la quale ha però delle pregevoli capacità nelle inquadrature, nella scelta degli elementi da riprendere e su quali soffermarsi per dare un’impronta esteticamente gradevole al suo lavoro. Potenzialmente, Sanfelice ha le capacità di esprimersi su un buon livello, la tecnica non gli manca e nemmeno il talento rivolto all’accuratezza degli elementi diegetici, ma, per poter sperare di diventare un grande del cinema, deve imparare a catturare l’attenzione del suo pubblico, trasmettendo con più energia l’elemento narrativo e personalizzando il proprio prodotto con la sua creatività.