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Recensione: Snowpiercer

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Uscita nelle sale: 27 Febbraio 2014

Regia: Bong Joon-Ho

Cast: Chris Evans, Tilda Swinton, John Hurt, Ed Harris, Kang-ho Song

Produzione: Corea del Sud, Usa, Francia

Genere: Azione

Durata: 126 min

Andrò controcorrente nella recensione di “Snowpiercer“. In rete abbondano i commenti entusiasti, volti a osannare la nuova fatica di Bong Joon-Ho, uno dei più interessanti cineasti coreani (già autore di “The host”, 2006). Ma il film, presentato fuori concorso all’ottava edizione del Festival del Cinema di Roma e basato sulla graphic novel francese Le Transperceneige, ha il sapore del colpo mancato.

Questa la trama: nel 2014 gli uomini spargono un refrigerante per il mondo con l’obiettivo di arginare il fenomeno del surriscaldamento globale, provocando invece una nuova glaciazione e determinando la (quasi) totale estinzione del genere umano. I pochi (fortunati?) sopravvissuti vivono da 17 anni su un treno, lo Snowpiercer, un treno a moto perpetuo che percorre nel giro di un anno le rotaie di tutti i continenti. Nel 2031 gli abitanti della sezione di coda, stipati e in condizioni di vita desolanti, si preparano a una nuova rivolta per raggiungere la testa del treno, dove Wilford, creatore del “sacro treno”, vive in totale solitudine, senza farsi né vedere né sentire.

Snowpiercer - 1Parto dagli aspetti positivi del film. Interessante l’idea di sviluppare l’opera come una sorta di videogame, con la necessità di superare un livello per accedere al successivo (i livelli corrispondono alle porte, che aprono nuove “sezioni” del treno). Il film riesce, a tratti, a colpire nel segno, condendosi di violenza tipica del cinema coreano, di un ottimo trucco, delle musiche create da Marco Beltrami e da una splendida fotografia firmata Kyung-Pio, glaciale e cupa al punto giusto.

Ma la mia sensazione alla fine della proiezione è stata di sconforto. Le principali testate riconoscono a questo film il merito di aver rinnovato il cinema americano di genere “dispotico”, sviluppando un sottotesto filosofico sul valore della vita e della nostra esistenza. Gli si riconosce il pregio di essere un blockbuster che fa anche pensare. Accettazione passiva ed evidente di una verità: i film che si propongono di sbancare il botteghino, almeno quelli di genere fantascientifico o di azione, non fanno pensare. Ma io non credo neanche che il film sia riuscito a sollevare delle questioni stimolanti o capaci di spingere a una riflessioni seria e “filosofica”.

Snowpiercer - 2Nei primi minuti, nella mia testa circolava pressante un nome: Marx, Marx, Marx. Il film aveva tutte le carte in regola per approfondire tematiche e aspetti della rivolta di classe. Poi vedi tutti i protagonisti della coda del treno, ammassati e sporchi. Scatta, nella mia mente prolifica e assetata di collegamenti, il pensiero a Levi e alla mia visita al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano. I treni della morte, verso i campi di sterminio. Poi vedo una Tilda Swinton più in forma che mai, istrionica e maniaca dell’ordine. “Questa non è una scarpa, questa è disordine, è la morte. L’ordine è l’unica barriera che tiene lontani dalla morte e in questo treno della vita bisogna mantenere l’ordine prestabilito. Voi siete scarpe”. Geniale, pensavo all’inizio. Altra lampadina si accende in testa: “La banalità del male”, Hannah Arendt. Un discorso che potrebbe essere tratto da lì o dalla Hanna Schmitz di “The reader” (2008, Daldry). Ma nulla di tutto questo è approfondito. Nulla di tutto questo viene scandagliato e analizzato.

Il sottotesto ecologico è vuoto, insufficiente. Il valore metaforico intrinseco impoverito da una sceneggiatura a tratti debole e poco coraggiosa. L’analisi della società ricca e svogliata, indifferente e dedita soprattutto ad alcool e droga, è trita e non convince. Siamo lupi capaci di mangiarci a vicenda senza un capo, senza un leader che ci guidi. L’invettiva sull’umanità pronunciata da un pazzo che ha progettato sin da piccolo un treno senza fine è lontana dai fasti del Kevin Spacey di “Seven” (1995, Fincher).

E vogliamo parlare del finale aperto? Non si ha più il coraggio di dare una risposta allo spettatore? Forse io mi aspettavo troppo, ma forse lo spettatore medio dei blockbuster si aspetta troppo poco.

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