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Recensione: Exodus Dei e Re

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recensione exodus

Quando vai a vedere un film di Ridley Scott, sai di trovarti di fronte a un dio della religione politeista del cinema. Scott, come Scorsese, Kubrick o Truffaut – assieme a molti altri si intende -, è il Giove della settima arte, un demiurgo che con film come “Blade Runner” o “Alien” ha rivoluzionato e contribuito a ridefinire il genere fantascientifico. E’ dunque comprensibile che nelle sue opere più recenti – particolarmente in “Prometheus” – egli abbia messo in scena attraverso i suoi protagonisti e le sue storie il rapporto conflittuale che ha con dio, chiunque o qualunque cosa sia. Sembra essersi reso conto che il mondo è troppo piccolo per contemplare due dei così differenti tra loro, sicché la domanda che egli pone ai suoi più fedeli seguaci è: credete in Me o in Lui?

L’anno scorso il regista britannico si era distaccato dall’epicità che contraddistingue la maggior parte dei suoi film per accostarsi a un genere che radamente aveva affrontato in carriera, vale a dire il crime – pulp. Eccettuati “Hannibal” – horror psicologico – e “American Gangster”, infatti, Scott custodisce nella sua ricca cassaforte filmografica gemme fantascientifiche e kolossal epico-storici.

Il film in questione era “The Counselor”, sceneggiato da Cormac McCarthy e disposto di un cast semplicemente stellare (Fassbender, Pitt, Cruz, Bardem e Diaz). Nonostante le pesanti e caustiche critiche da parte sia della critica sia del pubblico, americano ed europeo, personalmente ho apprezzato così tanto la pellicola di Scott da arrivare a de-finirla “il miglior crime-movie dell’anno”.

Dopo l’annuncio dell’uscita del sequel del mio amato “Prometheus”, che figurerà Scott ancora una volta come regista, prima nelle sale americane prima (dicembre 2014), poi in quelle italiane (gennaio 2015) è approdato il nuovo grande kolossal del regista, “Exodus: Dei e Re“, di matrice biblica (tratto dal libro dell’Esodo). Era dal 2000, da “Il gladiatore”, che Scott non girava un blockbuster dal carattere epico – storico.

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Come narrato nell’omonimo libro della Bibbia, l’esodo rappresenta la fuga del popolo ebraico dall’Egitto, da cui era stato ridotto in schiavitù, sotto la guida del generale Mosè, incaricato da Dio di condurre il suo popolo verso la libertà e la terra promessa.

Exodus“, come a suo tempo “Il gladiatore”, non è del tutto fedele all’opera letteraria di riferimento (“Il gladiatore” non lo era stato rispetto alla storia romana). Per esempio, infatti, nell’Esodo non è attestato che Mosè abbia vissuto alla corte egiziana assieme al giovane Ramses come suo fratello acquisito, così come che i due abbiano combattuto contro gli Ittiti per sventare la minaccia di una loro offensiva. Tuttavia, ormai lo sappiamo, a Scott non interessa riprodurre pedissequamente la realtà dei fatti accaduti – anche perché, soprattutto con la Bibbia, risulterebbe un’operazione molto ostica -, bensì narrare un conflitto familiare, religioso, ma soprattutto quello spirituale che affligge il suo protagonista, dubbioso e incerto di fronte al volere divino. Ed è proprio per questo che ho letteralmente amato “Exodus“.

Partendo da un punto di vista meramente visivo, il kolossal scottiano è un capolavoro, paragonabile per intensità e bellezza estetica a”Ben Hur”, allora vera e propria pellicola all’avanguardia. Il reparto fotografico, assieme a quello scenografico, ci dona meravigliose sequenze e scene, a partire dalla purpurea tragicità delle acque insanguinate del Nilo fino alla nitidezza e alla perfezione cromatica delle riprese interne ed esterne sia della reggia faraonica sia del villaggio ebraico ad essa concentrico. Peraltro, un aspetto molto affascinante è il contrasto cromatico che Scott crea in molti momenti del film, in particolar modo nella ripresa della sfarzosa, dorata e lussuosa reggia del faraone sulla quale incombono minacciose nuvole nere cariche di vendetta divina. Il regista aveva già utilizzato questo espediente visivo nella ricostruzione della Roma de “Il gladiatore”, i cui templi ed edifici brillavano di un grigio biancore, riflesso della fioca luce dal plumbeo cielo che avvolge e cinge quasi la città eterna.

Dal punto di vista, invece, delle tematiche affrontate, Exodus è gravido di un’idea geniale, brillante e alquanto originale: Dio è un bambino. I miei occhi sono rimasti accecati dall’intelligenza con cui Scott mostra al pubblico Dio, oggetto di culto per i più, nonché figura sempre idealizzata in un canuto uomo dall’evidente purezza e immaterialità. Il regista, invece, lo rappresenta come un bambino viziato, vendicativo, capriccioso e risoluto nelle sue tragiche decisioni mortali. Ed è altrettanto apprezzabile il fatto che il regista delinei il proprio Mosè, interpretato perfettamente da Christian Bale, come un uomo sì debole di fronte all’autorità divina, ma esplicitamente in contraddizione e disaccordo con essa, quasi come se fosse un gnostico infedele che, siccome lo ha visto con gli occhi della sua anima, crede nella sua esistenza, ma che non ha ancora raggiunto un livello tale di fede da poter assumersi la responsabilità di guidare un popolo, il suo popolo, verso la libertà in risposta a un perentorio ordine divino. Il suo corpo e la sua anima sono in conflitto con il volere di Dio.

Un tema altrettanto interessante e importante del film è sicuramente quello del fanatismo religioso, purtroppo drammaticamente attuale. Ramses domanda a Mosè come faccia a seguire gli ordini di un dio omicida, spietato a tal punto da uccidere tutti i primogeniti egiziani (decima piaga). Scott domanda velatamente a se stesso e agli spettatori se possa essere riconosciuta giustizia in azioni così crudeli in nome di Dio, cioè se davvero Dio vorrebbe che gli uomini ne uccidessero altri in suo nome. Il Dio biblico, e ancor più marcatamente quello di Scott, è Lui stesso a compiere questi atti crudeli, giustificandoli con la necessità della libertà del popolo ebraico, non a caso il popolo da Lui prescelto.

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La sceneggiatura, redatta da Adam Cooper, Steven Zaillian, Bill Collage e Jeffrey Caine, ricorda moltissimo quella del succitato Il gladiatore. Non sorprende, infatti, che sul poster del film Scott venga menzionato come “il regista de Il gladiatore”. Le analogie sono innegabili e lampanti. Ne “Il gladiatore” l’imperatore Marco Aurelio, padre di Commodo, sul letto di morte rivela a Massimo Decimo Meridio la sua volontà di nominare lui suo successore a discapito dell’irrispettoso e immaturo figliolo, il quale poi, però, in un modo o nell’altro, gli succederà facendo esiliare in Spagna il malcapitato gladiatore. In “Exodus” si verifica più o meno la medesima situazione: il faraone vorrebbe che Mosè gli succedesse date le sue doti maggiori rispetto al figlio Ramses, ma, alla morte del padre, questi occupa il trono e, sospettando che Mosè sia in realtà ebreo, lo esilia.

Occorre, infine, spendere due parole su Christian Bale e Joel Edgerton, interpreti rispettivamente di Mosè e Ramses. Ritengo che la scelta del cast sia stata perfetta poiché Christian Bale, che ha dovuto combattere i pipistrelli della sua memoria e della sua anima, è l’attore migliore per interpretare un uomo afflitto spiritualmente e interiormente, in conflitto con Dio, i suoi ordini e la sua volontà. Dall’altra parte, Edgerton, per quanto sia un bravissimo attore che il sottoscritto ha avuto modo di apprezzare assai nel ruolo di Tom Buchanan ne “Il grande Gatsby”, banalizza leggermente il faraone Ramses II, facendolo sembrare piuttosto sciatto, greve e superficiale. E’ vero che la sua politica fu marcatamente di tipo bellico, però dobbiamo pur sempre ricordarci che gli egiziani rappresentano la culla della nostra civiltà e cultura, quindi sminuire, anche solo minimamente, un faraone del suo calibro non mi sembra corretto. Fisicamente, invece, basandoci ovviamente sui dati e i documenti di cui disponiamo, Edgerton ci assomiglia abbastanza, soprattutto per l’espressione facciale.

In conclusione, “Exodus” di Ridley Scott è il primo grande, glorioso film di questo neonato 2015, un capolavoro epico, tragico, in parte storico e attuale, visivamente travolgente. Il ritmo serrato è scandito dall’incalzante e adrenalinica colonna sonora di Alberto Iglesias, che accompagna musicalmente scene profondamente allegoriche e splendide dal punto di vista fotografico e scenografico. Dunque, anche se avete sentito dire o voi stessi pensate che Scott non fa un film bello ormai da anni o che ha intrapreso una pessima strada, andate al cinema, dategli la possibilità di dimostrarvi che non si può e non si riesce a non credere nella sua divinità, persino in tempi di crisi religiosa come questi. Non avete ancora comprato i biglietti?

Trailer

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