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Recensione: Fast and Furious 7

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Famiglia, muscoli, soldi, donne e motori. No, non stiamo parlando di una delle tante rivisti maschili come For Men Magazine o L’uomo, bensì di uno dei franchise americani più seguiti e amati, ovvero Fast and Furious, la cui data di nascita risale al 2001, con l’uscita nelle sale statunitensi dell’omonimo primo capitolo, diretto da Rob Cohen.

Dopo quattordici lunghi anni, durante i quali personaggi come John Sigleton e Justin Lin, regista di ben quattro film della saga, ci hanno, per così dire, “deliziato” con pellicole eufemisticamente “scadenti, si aggrega alla famiglia un altro minus habens, noto, per lo più, per essere il pròtos della tremenda saga di Saw e il regista dei più recenti Insidious e The Conjuring, horror che hanno letteralmente terrorizzato moltissimi spettatori in tutto il mondo – me compreso, ma per altri motivi -: James Wan. Data la banalità che contraddistingue la saga, il titolo del settimo, e, si auspica, pure ultimo capitolo è, per l’appunto, Fast and Furious 7.

Non saprei dire se Wan abbia fatto bene ad accodarsi a questo progetto. Economicamente parlando, sicuramente sì, dal momento che questo film farà una strage al botteghino. In termini qualitativi, ripeto, non saprei quanto un film del genere possa giovare o nuocere alla sua carriera e alla sua personalità registica. Certo, passare da pellicole inquietanti e orrorifiche a un Fast and Furious non è né semplice né tantomeno usuale. Io sospetto che Wan abbia fatto il passo più lungo della gamba e che quest’esperienza gli si ritorcerà contro. Sarà il tempo a darmi ragione o torto.

Fatto sta che il regista malese, naturalizzato australiano, eredita in toto gli stilemi narrativi dei sei precedenti capitoli. I protagonisti sono gli stessi: Toretto (Diesel), O’Conner (Walker), Ortiz (Rodriguez), Hobbs (Johnson), Parker (Ludacris) e Pearce (Gibson). Tuttavia, Fast and Furious 7 è il primo film ambientato dopo i fatti di Tokyo Drift. Di conseguenza, Han è morto, e la narrazione prosegue laddove si era conclusa in Fast and Furious 6, con Deckard Shaw (Statham) che vuole vendicare la morte del fratello Owen (Evans), sopraggiunta per mano di Toretto e del suo team. Per di più, Frank Petty (Russell), capo di una squadra della CIA, li sussisterà nel fermare Shaw solo se impediranno al mercenario Jakande (Hounsou) di impossessarsi dell’Occhio di Dio, un potentissimo sistema di spionaggio creato dall’hacker Ramsey (Emmanuel), sua prigioniera.

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La storia, in cui reboanti e ruggenti macchine da corsa fanno paracadutismo e si lanciano da un grattacielo all’altro, diventa, capitolo dopo capitolo, sempre più esageratamente inverosimile. Personaggi immortali, canottiere attillate, frasi epiche e machismo sono il pane quotidiano di questa saga infantile, vacua, meramente e limitatamente escapista. Questo non è cinema. Questo è un disgustoso cocktail d’ignoranza e superficialità. Non c’è tensione, ma solamente impulsi, istinti adrenalinici degni di un animale, non di un essere razionale.

Tuttavia, il fatto più drammatico, ciò che più mi fa sorridere e piangere al contempo, sono gli spettatori contradditori, quelli, sostanzialmente, che parlano solo per dare aria alla bocca. Mi riferisco a quella, ahimé, grossissima fetta di pubblico, e di critici, i quali, dinanzi a un Fast and Furious, ne affermano e sostengono la grandezza in termini d’intrattenimento narrativo e visivo, mentre aborrono qualsiasi film di Michael Bay, etichettandolo e definendolo con gli aggettivi più dispregiativi del vocabolario italiano – bisogna poi vedere se conoscano realmente il significato dei termini da loro utilizzati -. Allora, come la saga di Transformers, così anche quella di Fast and Furious è, per ricorrere a un’espressione ormai simbolica del grande Fantozzi/Villaggio, una cagata pazzesca, ideata esclusivamente per dar voce agli istinti primitivi e viscerali di cui l’ignoranza si nutre quotidianamente. E Fast and Furious 7 non è da meno.

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