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Recensione: Foxcatcher

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Che il 2015 sia l’anno dei biopic è ormai chiaro. Nel solo mese di gennaio ne sono usciti già tre, “American Sniper“, “The Imitation Game” e “La teoria del tutto“, tutti e tre, peraltro, candidati all’Oscar come miglior film. Nell’ultima settimana di questo primo mese del 2015 ne usciranno altri tre, vale a dire “Fury”, “Unbroken” e “Turner”. Inoltre, se diamo un’occhiata alla lista dei film candidati all’Oscar nella suddetta categoria, ci accorgiamo velocemente che la metà sono pellicole biografiche (“Selma”, “American Sniper”, “La teoria del tutto”, “The Imitation Game”). Era doveroso fare questa breve premessa perché anche “Foxcatcher“, il film che andrò qui a recensire, la cui uscita nelle sale italiane é prevista per il quinto giorno delle idi di Marzo, è un film biografico su un personaggio che nel mondo del wrestling ha fatto molto parlare di sé, e non solo per i suoi straordinari successi dentro e fuori dal ring.

Mark Shultz (Channing Tatum) è un wrestler che, dopo aver vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi in coppia con fratello maggiore Dave (Mark Ruffalo), ambisce a diventare il migliore al mondo. Si allena costantemente nella palestra gestita dal fratello, alla cui ombra è costretto, suo malgrado, a vivere. Lo chiama il miliardario filatelico, ornitologo e concologo coach John Eleuthère Du Pont (Steve Carrell) per allenarsi con il suo team Foxcatcher, dall’omonima tenuta della famiglia Du Pont. John crede in Mark e vuole che egli vinca le prossime Olimpiadi perché vinca l’America, che ha bisogno di “essere onorata”. Du Pont, suo mentore, lo plasmerà a sua immagine e somiglianza, fungendo da padre, amico, leader, coach, persino fratello per lui. Tuttavia, l’arrivo di Dave a Foxcatcher farà mutare radicalmente il rapporto trai due.

Il film è diretto da Bennett Miller, regista di “Truman Capote – A sangue freddo” e “L’arte di vincere”, entrambi con il compianto Philip Seymour Hoffman. La pellicola, sceneggiata da Dan Futterman ed E. Max Frye, è tratta dall’autobiografia di Mark Shultz intitolata “Foxcatcher. Una storia vera di sport, sangue e follia”. Si tratta dunque di una raccapricciante storia vera.

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Il protagonista della vicenda è John Du Pont, interpretato magistralmente da un Steve Carrell che meriterebbe sicuramente il suo primo Oscar come miglior attore. Du Pont è un predatore, un’aquila. “Chiamami pure Eagle o Golden Eagle”. Il suo naso aquilino lo rende arcigno, inquietante e rapace agli occhi del pubblico, un personaggio che incarna il lato più marcio e disumano dell’America. È un patriota fanatico disposto a uccidere e persino a morire per la sua nazione e la sua presunta libertà.

Di tutt’altra stoffa è fatto Mark Shultz, il cui interprete non poteva essere altri se non Channing Tatum. Il suo personaggio è fragile, chiuso in sé, quasi autistico. “Sei uno scimmione ingrato!” lo rimprovera Du Pont dopo averlo schiaffeggiato. E non ha tutti i torti. Tatum, infatti, tiene un’espressione facciale corrucciata per tutta la durata del film, con un accentuato prognatismo mandibolare che lo rende proprio simile a una scimmia. Mark è un combattente taciturno, silenzioso e di poche parole, ma schematico e regolare nell’allenamento per conseguire il suo obiettivo.

Il rapporto quasi sanguigno tra atleta e coach mi ha ricordato molto quella tra Gordon Gekko e Buddie Fox di “Wall Street” di Oliver Stone. Du Pont è il Gordon Gekko del wrestling, un predatore del ring egoista e famelico, manipolatore di un giovane insicuro e manovrabile in cerca di successo e gloria. Inoltre, seppur per pochi minuti e scene, la loro estemporanea relazione omoerotica, che ha luogo dopo la vittoria di Mark alle Olimpiadi – guarda caso -, mi ha fatto tornare alla mente la coppia omosessuale Douglas – Damon di “Behind the Candelabra” di Steven Soderbergh: il giovane che si trasforma in quello che l’anziano partner vuole.

Foxcatcher” è un film terribilmente agghiacciante e prepotentemente maschile sulla necessità del mentoraggio, della mentorship sia da parte di un singolo (Mark) sia da parte di un’estesa collettività (l’America). È emblematico, all’inizio del film, il discorso che Du Pont, il quale ama farsi definire mentore (come vediamo nel documentario che girano su di lui dopo esser diventato coach della nazionale americana), fa a Mark, che poi lo riporta al fratello: i bambini iniziano a disperdersi e a non credere e a non onorare più la madre America perché non hanno eroi o modelli di riferimento. Ed è proprio questo “Foxcatcher“, un capolavoro che critica ferocemente la società americana, irrimediabilmente dipendente dallo spasmodico bisogno di creare un modello eroico capace di unire tutti gli americani nel nome di un’unica, libera e indistruttibile nazione: l’America.

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