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Recensione: Fury

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recensione fury

Se il film diretto da Angelina Jolie è brutto, quello interpretato dal marito è peggio. Il fatto, però, è questo: mentre da “Unbroken” non mi aspettavo granché, da “Fury” sì. Dunque, constatare che un film su cui avevo riposto aspettative medio -alte risulta, invece, essere una pura e semplice “americanata”, mi ha deluso non poco.

Come “Unbroken“, anche “Fury” è ambientato durante la seconda guerra mondiale, più precisamente nell’aprile del ’45. Il film, scritto e diretto da David Ayer (“La notte non aspetta”, “End of Watch”), è la storia del duro sergente Don Collier, soprannominato Wardaddy, e del suo plotone di quattro uomini – Boyd “Bible” Swan (Shia LaBeouf), Norman “Machine” Ellison (Logan Lerman), Trini “Gordo” Garcia (Michael Pena) e Grady “Coon – Ass” Travis (Jon Bernthal) – alla guida del carrarmato “Fury”, un Panzer VI Tiger I. La loro missione è quello di trafiggere il cuore di una Germania Nazista dilaniata da una probabile e futura sconfitta.

Il problema più grosso di questi due film bellici usciti in settimana sono i personaggi. Se da un lato avevamo un italoamericano dai lineamenti britannici e una guardia carceraria giapponese androgina, qui abbiamo un’unità di cinque americani spacconi e gradassi che pensano e vogliono una cosa sola: uccidere i nazisti. Questo aspetto estremamente puerile del film di Ayer è enfatizzato dall’interpretazione che gli attori fanno dei propri personaggi, stereotipati e ridicolizzati da atteggiamenti volgari, violenti e viscidi.

Nonostante ciò, quello che più mi ha infastidito di “Fury” è l’occhio indulgente con cui il regista mostra e analizza il suo protagonista, il suo eroe, il sergente Collier. Ayer lo divinizza, mostrandolo come un leader militare severo ma comprensivo, come un mentore che ha vissuto già così tante esperienze da poter arrogarsi il diritto di dire agli altri come agire. Brad Pitt viene in tal modo idealizzato secondo il canonico modello dell’uomo americano, impavido, cattolico e pronto a sacrificarsi per la propria patria.

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Affianco a Pitt, però, si distingue per banalità e antipatia anche il nuovo arrivato del gruppo, Lerman, interprete di Norman, un dattilografo terrorizzato dalla guerra che si fa però facilmente corrompere dal piacere che provoca l’uccisione, come se fossimo in un videogioco. Il suo personaggio è il più stereotipato di tutti poiché è un moralista superbo e altezzoso che fa della sua paura e acerbezza bellica un pretesto per poter giudicare con sguardi di sdegno e disapprovazione le azioni e i comportamenti dei suoi compagni guerrafondai, i quali, però, si ritrovano sulla sua stessa, lurida barca (anzi carrarmato).

Detto ciò, devo ammettere che per quanto riguarda la scenografia, le cui tinte fredde e grigie, portate all’estremo, caricano l’atmosfera di disperazione, miseria e mestizia, e gli effetti sonori e visivi (gli spari e le scontri armati sono molto realisti, nonché assordanti, proprio come se stessimo assistendo dal vivo al brutale spettacolo bellico), “Fury” è un film ben fatto. Se non fosse per il becero e ormai ripetitivo machismo militaresco, alla base di quasi tutti i film di guerra americani, che pervade l’animo di ogni personaggio, la pellicola di Ayer, regista avvezzo al genere action, sarebbe un war movie niente male. Alla fine, però, quello che rimane è un grande amaro in bocca per una buona occasione malamente sprecata.

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