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Recensione: Il capitale umano

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il-capitale-umano-locandinaIl capitale umano

Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Cast: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Matilde Gioli
Musiche: Carlo Virzì
Genere: Drammatico
Produzione: Italia/Francia, 2013
Durata: 98′
Data di uscita (Italia): 9 gennaio 2014

Dopo le due ottime prove di Tutta la vita davanti e La prima cosa bella, seguita da quella, più sottotono, di Tutti i santi giorni, Paolo Virzì decide di cambiare le carte in tavola, passando dalla commedia e le storie dolceamare al dramma più puro con la sua ultima fatica, Il capitale umano. Adattando al contesto italiano il libro omonimo dello scrittore americano Stephen Amidon, il regista livornese trasferisce per l’occasione il suo immaginario al Nord, in un paesino non specificato della Brianza.

Qui i Bernaschi sono la famiglia più agiata e vivono in una bella villa in collina. Il padre (Gifuni) è un uomo di finanza a cui piace rischiare, la moglie (Bruni Tedeschi) è un ex attrice teatrale che vive fuori dal mondo e il figlio è il classico…figlio di papà ricco. Dall’altra parte c’è la famiglia di Dino (Bentivoglio), immobiliarista che vuole tentare il colpo della vita entrando a far parte del fondo di Bernaschi, la moglie (Golino) psicologa e il collegamento tra le due, la figlia (l’esordiente Giolai, ottima), fidanzatina di Bernaschi Jr.

capitale-umano-2Virzì decide di raccontare alcuni giorni della vita di questi personaggi suddividendo la narrazione in quattro capitoli incentrati su altrettanti protagonisti, attraverso le cui prospettive lo spettatore avrà sempre maggiori dettagli sul quadro generale e sulla risoluzione di un vero e proprio giallo: l’investimento di un ciclista da parte dell’auto del rampollo dei Bernaschi alla guida della quale, però, non è certo chi ci sia. Un evento attorno al quale ruotano fortune e disgrazie delle due famiglie e che sortirà notevoli ripercussioni su tutti i personaggi in gioco.

Questa sceneggiatura costruita a puzzle, scritta dal regista stesso con i fedeli collaboratori Francesco Piccolo e Francesco Bruni, è forse troppo schematica e soprattutto nel finale scopre un suo lato programmatico, ma è tuttavia in grado di appassionare e coinvolgere come raramente è successo a un film italiano di questo periodo. Virzì riesce infatti a far montare una notevole tensione drammatica che esplode letteralmente nell’atto finale, in particolare in una scena girata tutta in ralenti senza commento audio che costituisce il climax tragico del film. Una fotografia dominata dai toni grigi della nebbia e una scenografia nella quale regna il bianco sporco della neve, trasmettono efficacemente un senso di angoscia che percorre tutta la pellicola, mentre le numerose sottotrame contribuiscono a dare maggiore spessore ai personaggi, in un gioco di bugie e segreti nel quale tutti nascondono qualcosa.

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E’ chiaro l’intento del regista toscano di descrivere l’Italia, e il Nord-Ovest nello specifico, da una duplice prospettiva: quella di chi ha contribuito ad affossarla durante la crisi e quella di chi questa crisi l’ha pagata cara anche per colpe proprie, volendo volare troppo vicino al Sole e finendo col bruciarsi le ali. Entrambi condividono il “valore” dell’arricchimento facile senza alcun riguardo per il prossimo che poi genera mostri come il Jordan Belfort di quel The Wolf of Wall Street nelle sale proprio in questi giorni, mentre il personaggio della Bruni Tedeschi lancia un’ideale corda di congiunzione con la Cate Blanchett di Blue Jasmine: personaggi con i quali lo spettatore non può identificarsi, al tempo stesso poco compatibili vittime e altrettanto ingenue carnefici di una situazione che non riescono a vedere per il luccichio dei gioielli o l’ambizione di dirigere un teatro. Emblematica e davvero riuscita in tal senso lo scambio di battute tra Gifuni e la Bruni Tedeschi nel beffardo finale, al quale però Virzì non ha avuto il coraggio di togliere l’ultimissima scena che stona con il resto e con il senso stesso del film.

Un’opera piuttosto particolare nel panorama italiano e originale dal punto di vista narrativo, tanto da poterla paragonare per ambizioni a La migliore offerta di Tornatore, uno dei migliori esiti del nostro cinema nella scorsa stagione. Con Il capitale umano Virzì dimostra di poter maneggiare anche la materia tragica, nella quale innesta a piccole dosi la sua beffarda ironia, e costruire una storia in grado di rifletter l’Italia contemporanea e al tempo stesso dire qualcosa di universale sulle dinamiche umane.

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