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Recensione, Il Sacrificio del Cervo Sacro: (The Killing of a Sacred Deer)

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recensione Il sacrificio del cervo sacro

Quando un film è strutturalmente e narrativamente perfetto, il consiglio che si tende a dare è di analizzarlo in tutte le sue sfumature, lasciandosi guidare dalla cosmogonia delle parti, assaporando, con animo avido e occhio affamato, la poetica delle immagini, delle persone, dei luoghi. Una ragione non casuale, questa, da prendere in considerazione quando si ha a che fare con un prodotto straordinariamente elaborato, ma non facilmente digeribile o in qualche modo “accettabile”.

Il Sacrificio del Cervo Sacro, si pone in quella terra di mezzo, fra la curiosità della scoperta e la necessità di preservare la propria anima, non dalla brutalità del mondo, ma dal “destino”.

Il nuovo lungometraggio del regista greco Yorgos Lanthimos, in uscita nelle sale il 28 giugno, e premiato al Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura, non può che essere descritto come un lavoro assolutamente perfetto; talmente perfetto da essere molto complicato da analizzare e godere.

Il leit motiv è il destino: un destino guidato dalle circostanze delle proprie azioni che innescano un meccanismo infernale, destinato a trascinare i personaggi, in un incubo; il più terrificante e agghiacciante che un uomo possa avere.

La commistione di diversi codici linguistici è evidente già dai primi secondi i quali sfumano, dal buio alle immagini di un’operazione a cuore aperto, il cui tema musicale è lo Stabat Mater di Schubert.

Da queste prime immagini che per molti potrebbero essere disturbanti, si capisce che il film procede su diversi piani della semantica e della realtà; all’interno di una coralità, tipica di un certo Martin Scorsese.

il sacrificio del cervo sacroSubito si entra nel terreno dell’azione: i corridoi di un ospedale, bello, accogliente ma intriso di quell’algida staticità che sorregge il moto immobile del protagonista; un cardiochirurgo di nome Steven interpretato da Colin Farrell, visibilmente provato mentre butta via il camice dopo un’operazione (quella ripresa prima?)

L’atmosfera è già più pesante, anche se tranquilla e l’assenza di sottofondo musicale, cede il passo alla linguistica diegetica delle voci, dei passi e dei vari rumori, che rendono l’atmosfera ancora più elettrica.

Steven è un professionista di successo e ha una bellissima famiglia, composta da una splendida moglie oftalmologa (Nicole Kidman) e due figli: Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suliic).

Nulla, all’apparenza dovrebbe turbare il suo “destino”, se non fosse per il rapporto che egli si trova a intessere con uno strano ed ambiguo ragazzino di nome Martin, interpretato da Barry Keoghan.

Non si comprende da subito la natura di questo strano rapporto, fino a quando Steven decide di invitarlo a casa per conoscere la sua famiglia. Allora si scopre che Martin è il figlio di un paziente del dottore, deceduto durante un’operazione condotta dallo stesso.

Nel frattempo Martin, sfrutta il suo carisma, svelando a tratti le sue stranezze, per guadagnarsi la simpatia della moglie e l’attrazione da parte dell’adolescente Kim. Egli però si spinge oltre, cercando di incoraggiare una relazione tra il medico e sua madre (Alicia Silverstone).

il sacrifico del cervo sacroSembrerebbe chiaro che i disturbi del ragazzo e il suo attaccamento siano motivati dalla ricerca di una figura paterna, quando a un certo punto la storia prende una svolta soprannaturale e quasi surreale, metamorfizzata nelle forme di una maledizione che colpisce prima Bob e poi Kim, paralizzandoli progressivamente.

È in queste fasi di preludio alla tragedia che appaiono chiaramente nuovi piani di espressione dell’immagine e del ritmo: primi piani un po’ dislocati e carrellate a seguire il personaggio lentamente che rimandano inevitabilmente al Kubrick di Shining e Eyes Wide Shut; elementi che ritornano, alimentati anche dalla presenza della Kidman, durante alcune scene di nudo, molto evocative dell’ultimo film del regista inglese.

Quello che il regista assorbe da Kubrick, s’innesta perfettamente nell’ineluttabilità umana, rappresentata da una vendetta: quella dello stesso Martin che accusa Steven per la morte del padre, annunciandogli, con glaciale e serena lucidità che, per liberare la sua famiglia da quella maledizione, dovrà sacrificare un membro, scegliendolo nel più breve tempo possibile.

In questo momento entra in gioco il destino, come conseguenza delle proprie azioni: il Karma direbbero gli Indù, poiché i tentativi del cardiochirurgo di confidare nella scienza, lo porranno di fronte ad una scelta estrema e inevitabile: fuggire dalle sue responsabilità o accettare un inesorabile destino.

Il sacrificio del cervo sacro, considerazioni personali

Lanthimos, con uno stile assolutamente impeccabile, ci immerge in un mondo surreale da incubo, dove vi è una crudeltà diversa da quella dell’uomo sull’uomo e per questo forse difficile da sopportare. La metafora del cervo sacro, non fa altro che riprendere il sacrificio espiatorio di animale sacro e innocente, per placare l’ira degli Dei. Il riferimento letterario al quale fare riferimento è, Ifigenia in Aulide; la tragedia di Euripide considerata, la più crudele della letteratura greca.

Partendo da tanta materia corale, il regista riesce a costruire un magistrale libitum di tensione man mano che la realtà della minaccia e l’inevitabilità del sacrificio più inconcepibile diventano realtà, attraverso riprese vertiginose dall’alto, piani sequenza rigidi e un’inquietante colonna sonora, scelta per aumentare all’estremo la paura e la tensione, tratta dai lavori di Gyorgy Ligéti. Anche in questo caso, come fu per Eyes Wide Shut, ogni esplosione clamorosa di violenza, viene temperata da un approccio freddo e per questo paradossalmente più inquietante.

A rendere tutto più suggestivo è ovviamente la professionalità dei protagonisti Kidman e Farrell che dopo “The Lobster”, sancisce un sodalizio molto fortunato con il regista greco. Il motivo per cui non si può dire se tale film va visto, non riguarda quindi la qualità narrativa e tecnica assolutamente irreprensibile; bensì la forza umana, al giorno d’oggi, di osservare l’inconcepibile. Probabilmente lo stesso tipo di emozioni contrastanti che Pasolini stimolò nel ’75, evidenziando il destino dell’innocenza contro l’inevitabile malvagità della natura umana, in “Salò”: In questo caso forse Lanthimos riesce ad andare oltre; ovvero l’impossibilità universale di salvaguardare l’innocenza.

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