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Recensione: La mafia uccide solo d’estate 2

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Recensione: La mafia uccide solo d’estate 2

Se “La mafia uccide solo d’estate“, in versione cinematografica, non ha solo portato alla ribalta il genio romantico di Pif, alias Pierfrancesco Filiberto, la serie Tv di Rai Fiction ispirata al suo primo capolavoro ha messo d’accordo se non tutti, quasi tutti su una cosa: che sia una battaglia culturale “vera” alla mafia.

E’ una battaglia vera, perché ha spezzato in certo senso, quella tendenza alla fascinazione spregiudicata sulla caratterizzazione dell’anti-eroe, mettendo in condizione lo spettatore di sentirsi più simile alla famiglia Giammarresi e ai suoi componenti. E’ una battaglia vera perché anche il più onesto degli onesti, appare per ciò che naturalmente è; saggio e fragile allo stesso tempo.

La seconda stagione, ormai prossima al termine, ha ribadito quel tipo di concetto, sviluppando se possibile, la parte più interessante di ciascuno dei personaggi.

Se nel film di Pif, la vicenda del protagonista, con le sue paure e le sue fantasie, s’incontrava e si scontrava con vittime, eroi e carnefici, della lunga stagione di sangue che ha inondato Palermo, mettendo genialmente in risalto il potenziale grottesco degli stessi Riina e Provenzano, la serie parte dal piccolo Salvatore (nel film era Lorenzo), che si avvia alla scoperta del suo piccolo mondo, non più attraverso una mitizzazione surreale di Andreotti, ma con la città della sua epoca, con i segreti covati sotto la terra e le caricature tipiche di una comunità, i cui sprechi e scandali, avrebbero pesantemente condizionato la società del meridione.

La seconda serie comincia all’alba del 1979, in un’Italia nuovamente divisa, tra una fetta che riteneva ormai concluso il periodo più nero della storia delle Repubblica, e un’altra che cominciava a confrontarsi con un dominio segreto, che stava per mostrarsi al mondo in tutta la sua violenza.

Anche la famiglia Giammarresi si accorge di questo mondo e diede anch’essa la fuga per paura di ritorsioni dei boss, dopo la testimonianza relativa all’omicidio di Boris Giuliano.

E’ proprio il piccolo Salvatore a convincere gli altri a non andare via, confidando nella speranza di cambiamento.

Ed è qui che la storia di un singolo prende una vita autonoma, seguendo la linea della crescita emotiva e intellettuale, di ognuno dei personaggi: Quello della madre Pia, che dopo aver affrontato e superato il limiti e le tentazioni personali, sembra coronare il suo sogno, di diventare insegnante di ruolo; il padre Lorenzo, la cui etica idealistica si confronta sempre di più con il piccolo adolescente, mentre un determinato Presidente della Regione, Piesanti Mattarella, si pone come baluardo di un cambiamento sociale e politico che, cercherà di fare piazza pulita, partendo dallo stesso Palazzo dei Normanni.

La voce guida di Pif racconta le storie personali, tra immagini di repertorio e ricostruzioni, tipiche dell’indole giornalistica del Diliberto, incrociandole con la lotta nascente tra gli “aristocratici” boss palermitani e gli “affamati” corleonesi di Totò Riina; ancora nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe avvenuto.

Non lo immagina Pia, quando viene a sapere che il suo incarico non è stato ottenuto per merito, ma tramite “appoggio”; non vuole considerarlo lo stravagante zio Massimo, sempre più affascinato dalle “opportunità” di carriera, offerte dai Fratelli Salvo e dall’affetto presunto di Don Masino Buscetta.

Ed è a questo punto che tutto viene stravolto dai rispettivi destini, minando quelle che erano certezze: la sete di riscatto della famiglia, non viene solo a scontrarsi con l’arrivismo della gente comune e il potere sotterraneo, ma anche dalle proprie debolezze. Lorenzo spinto dal vento del cambiamento, decide di entrare alla Regione, perché è da li che sente di potere dare il suo contributo alla battaglia di Mattarella: né le dinamiche interne, né l’assassinio del Presidente mineranno la sua volontà, ma la vicinanza con la giovane Marina, anch’essa battagliera e idealista condizionerà il suo ruolo in famiglia. Stessa cosa per Massimo, la cui prospettiva di diventare produttore musicale (che sarà solo una copertura per ben altri affari), si scontra con la passione istintiva per una giovane e seducente cantante.

Anche la giovane Angela, idealista e ingenua, dovrà scontrarsi con le dure prove del passaggio da ragazzina a donna, mostrando una forza che non sapeva di avere.

E poi c’è fra’ Giacinto; un po Don Abbondio, un po Don Rodrigo, Simbolo di un immobilismo etico e sociale, ma al tempo stesso buffo giullare di corte, che non ha mai affrontato la differenza tra bene e male.

“In questo secondo capitolo – dice lo stesso Pif – si parla di coscienza e soprattutto di coraggio, che è quello che mette in azione la coscienza” ed è vero, perché questa è forse la prima serie che mette a confronto la coscienza con il coraggio. In questa dimensione nessuno è completamente buono o cattivo; un Totò Riina goffo e iracondo, non si limita a mettere in ridicolo il personaggio, ma ne denota l’enorme fragilità intellettuale ed è questo che rende la serie, uno strumento per una battaglia culturale.

La mafia viene descritta in maniera un po’ edulcorata, ma non sfugge la responsabilità di una sua inevitabile debolezza interna, che la sola consapevolezza popolare avrebbe e potrebbe ancora sconfiggere.

Torna il vecchio teorema di Paolo Borsellino; ossia la mafia come atteggiamento mentale, mostrandone in maniera diretta anche se sottile il condizionamento psicologico che essa mantiene, sull’uomo comune, per preservarne il potere.

La sceneggiatura di Stefano Bises, incrocia eventi come gli omicidi di Piesanti Mattarella, con la scoperta dei Pupi siciliani da parte di Salvatore, sottolineando come l’unica arma di difesa dalla violenza può essere l’arma della cultura; quella che rende liberi, senza rimanere attaccati alle aste del pupazzo che ne guida i movimenti.

Per questi e mille altri motivi, La mafia uccide solo d’estate: film e serie televisiva è qualcosa di prezioso, di cui vale la pena di godere, perché non fa epos sulla mafia, la ridicolizza mostrandone la pochezza umana, ma non di mentiva di spiegarne l’inutilità della sua violenza.

La mafia uccide solo d’estate 2; una battaglia culturale di coraggio e sorriso

Il film, rispetto alla serie, si concentra un po di più sui fatti, in un tono che a tratti, potrebbe risultare un po paternalistico, mentre la serie, riesce a dipanare le storie singole di tutti, in maniera più ematico con il pubblico, ma resta il fatto che entrambi siano strumenti d’interpretazione alla possibilità di costruire una società nuova, dove non è più solo il cattivo ad essere attraente, ma anche il cattivo buffone può essere funzionale ad una causa nuova.

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