Home Cinema

Recensione: La Mélodie

40
La Melodie recensione

Il grande miracolo che la musica, intesa non solo come sviluppo di armonia, melodia e ritmo, ma anche meta-linguaggio universale, in grado di superare i confini di genere, ruolo e territorio, diventa  riscatto verso le insicurezze e il disagio, quando la vita ci pone di fronte a un cambio di rotta.

Questa è solo una delle tante potenzialità che l’arte suprema può dare a chi ha la semplicità di abbandonarsi ad essa ed è anche il lei motiv de “La Mélodie”; nuovo lungometraggio del regista esordiente Rachid Hami, presentato Fuori Concorso alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia e uscito ieri nelle sale cinematografiche.

recensione la melodie

Il film, distribuito da Officine Ubu è un ritratto poetico e colorato, delle pulsioni di rivalsa all’interno della periferia francese; una terra di mezzo tra La Banlieu e la periferia del mondo, con vista sulla Tour Eiffel, i cui passaggi ritmici e narrativi sono quelli scanditi in quello che può essere definito, cinema di riscatto.

Quella che in principio, potrebbe essere vista come una sorta di caduta, si trasforma gradualmente in una rinascita o una semplice resurrezione da quell’indifferenza “innocente” a cui ognuno di noi è soggetto, quando si appoggia strenuamente alle proprie certezza.

Questo è ciò che succede anche a Simon, violinista di successo interpretato da uno straordinario Kad Merad, ma deluso del mondo colto nel quale ha coltivato la sua brillante carriera.

Senza introdurre un preludio sulle dinamiche “gravitazionali” dell’abbandono, il musicista si ritrova a insegnare musica in una scuola della periferia di Parigi. L’incarico è volto a stimolare i ragazzi a trovare una via d’uscita dalla strada, attraverso lo studio di uno strumento, il violino, con il quale mettersi alla prova. Una prova difficile, dato che il corso è finalizzato a portare il gruppo a realizzare un saggio musicale alla Filarmonica, portando un brano ambizioso della Sharazade di Nikolaj Rimskij Korsakov.

L’incontro preliminare non è degli migliori  e il suo carattere mal sembra conciliarsi con l’ambiente difficile da cui provengono la questi ragazzi.

Simon non si sente in grado di insegnare, soprattutto  non riesce a trovare un contatto con i suoi allievi. Tra battute e continui richiami, le lezioni procedono passivamente, senza ottenere risultati e aumentando il senso d’impotenza e frustrazione di Simon, fino a quando non arriva un altro ragazzino: un timido e volenteroso originario della Costa d’Avorio di nome Abou, interpretato dal piccolo Youssouf Gueye.

Il piccolo ragazzino un po sovrappeso, è un visionario outsider  dalla doppia natura, timida e innocente, ma anche determinata dalla passione. E’ lui che sbircia innocuamente dalla finestra, scoprendo quell’amore impacciato tra la melodia dello strumento e lo strumento stesso, dal quale poter esplorare il mondo da una vista più bella di quella dei casermoni popolari. Mentre Simon si è rassegnato a guardare in basso, Abou sale sui tetti, guardando Le luci della Tour Eiffel; come se esse ispirassero le poche e stridule note che il suo archetto cerca di tirare fuori.

I due mondi erano destinati a incontrarsi, incentivato dall’acerbo e potenziale talento, che il maestro vede nel piccolo allievo.

Abou non è un ragazzo di strada, non riesce ad ambientarsi in quel mondo; vorrebbe conoscere un padre che non c’è mai stato e grazie alla musica, scopre la semplicità di un animo sensibile,  attraverso l’amore tattile ed ematico del suo strumento.

Simon appare come svuotato dagli stimoli e dall’estasi creativa di una carriera ad alto livello, reagisce addirittura in modo aggressivo, alla provocazione di un allievo, ma al tempo stesso non può arrendersi. Così la tenacia di Abou e la spontaneità crescente dei ragazzi, apre uno spiraglio nel cuore imprigionato del violinista, che piano piano trova uno spiraglio per tramandare conoscenza e desiderio di integrazione capace di oltrepassare le differenze e i piani di espressione sociale dove uno non vale uno.

Questi sono gli elementi che favoriranno la costituzione del gruppo all’interno della classe, restituendo a Simon l’energia necessaria, che la carriera gli aveva tolto e, ottenendo la fiducia degli allievi; tutti riscopriranno o scopriranno la passione per la musica e la sua forza spirituale.

La Mélodie ha una trama che proietta lo spettatore nel mondo di quei protagonisti al bordo; la narrazione fluida e semplice, scivola placida e al tempo stesso ostinata, come sulle corde di un violino, tracciando il racconto come una  melodia, il cui significato, non intende chiudersi in elucubrazioni tematico-stilistiche su arte e modelli.

Il regista ci pone di fronte ad una realtà toccante, ma non struggente, perché anche nelle situazioni più difficili, c’è molto colore. Pur mostrando grande tecnica, Rachid Hami predilige la macchina in movimento, che segue il personaggio, soffermandosi sul volto e sullo sguardo, trasmigrando quel colore emotivo che fornisce una forza trascinante ed emotiva capace di mostrare la potenza della musica classica, la quale non è necessariamente un linguaggio per intellettuali, ma una forma di esplorazione dell’animo che, dallo strumento veicola vibrazioni e tensioni elettriche capaci di ammaliare chiunque.

Che sia un teppista o un disilluso cinico, la scintilla, per il regista algerino è la passione autentica, capace di sciogliere il cinismo dello spettatore più prevenuto, proprio come quei ragazzi di strada riescono ad aprire una porta nel cuore disincantato di Simon, la cui apatia non riuscirà a sconfiggere l’empatia.  

La Melodie è uno dei quei film utili al benessere dell’anima, perché la semplicità è data dal valore di un dono divino, come quello della musica, che ricalca il miracolo della creazione e può essere un valido strumento contro l’afasia delle emozioni.

JustNews.it è in vendita. Per informazioni info@justnews.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here