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Recensione: La Scelta

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la scelta

Nel 1917 uno scrittore agrigentino compose uno splendido dramma teatrale. Lo scrittore si chiamava Luigi Pirandello, insignito del premio Nobel per la Letteratura una ventina d’anni dopo, nel 1936, e l’opera s’intitolava L’innesto, una toccante e angosciante storia d’amore destinata a durare negli anni e nei secoli.

Nel 2015 l’attore, nonché regista, pugliese Michele Placido, seppur reduce da un’esperienza piuttosto traumatica alla sessantunesima edizione del Festival di Venezia, durante la quale il suo film in concorso, Ovunque sei, liberamente ispirato a Il fu Mattia Pascal di Pirandello, suscitò molto scalpore e fu oggetto di molte e caustiche critiche – soprattutto per la scena in cui Accorsi ci appare in tutta la sua nudità -, si ripresenta nelle sale italiane con La scelta, tratto proprio da quel L’innesto di cui ho sopra accennato.

Per chi avesse letto il dramma pirandelliano, la storia narrata ne La scelta gli risulterà piuttosto familiare. Difatti, protagonisti del dramma sono Laura (Angiolini) e Giorgio (Bova), una coppia, felicemente sposata da sette anni, che vive a Bisceglie. Lui gestisce un bar, lei è maestra di canto al conservatorio della cittadina pugliese. Nonostante sia desiderio di entrambi avere un figlio e in sette anni di matrimonio abbiano tentato più volte, invano, di concepirlo, i due vivono serenamente, innamorati fedeli e passionali. In un caldo pomeriggio, mentre le campane risuonano incessantemente, la moglie subisce uno stupro, da cui rimane incinta. Questo tragico evento sconvolgerà il loro rapporto poiché da un lato Laura è decisa a tenere il figlio come simbolo del loro amore, dall’altro, però, Giorgio non vuole vedere negli occhi del bambino gli occhi di un altro.

Il film è incentrato su un avvenimento tanto tragico quanto attuale, analizzato mediante gli occhi di entrambi i coniugi. Placido è piuttosto imparziale nel dar voce alle profonde motivazioni che spingono Laura a voler tenere il bambino e Giorgio a chiederle di abortire. Ciononostante, la figura femminile, la cui interprete è Ambra Angiolini, sensazionale ed evocativa, è colei sulla quale ricade la scelta, intesa non esclusivamente come decisione “medica”, ossia abortire o meno, bensì come amorosa. In altre parole, Laura ha nel proprio grembo non solo una nuova creatura, ma soprattutto il destino – il figlio – dei sette gioiosi anni trascorsi con Giorgio.

L’approccio di Placido a Pirandello, per quanto rievochi la metafora botanica dell’innesto – quello che ha subito Laura è metafora dell’innesto che ferisce la pianta per farle dare, però, frutti migliori – gode di una propria originalità, che ho, personalmente, rintracciato nell’importanza simbolica assunta dal vento. Almeno in due inquadrature, il regista si sofferma sulle pale eoliche che occupano la campagna biscegliese, mostrandone il faticoso ma costante percorso circolare, dettato dal vento. A quest’immagine se ne accosta il soffio, pesante, quasi fastidioso. E, siccome il cinema è audiovisione, io ho trovato in questo sposalizio audiovisivo la metafora del mutamento: il vento è girato, il vento è cambiato.

Per quanto riguarda, invece, l’aspetto tecnico, La scelta ha una buona fotografia, impreziosita da un filtro grigio che contribuisce a trasmettere quelle sensazioni di angoscia e tristezza proprie di una storia come questa. I primi minuti del film presentano troppi primi e primissimi piani, il cui veloce accostarsi può innervosire e intorpidire l’occhio di un acuto spettatore. La colonna sonora, composta interamente da musica classica, accompagna quasi solennemente i momenti e i passaggi più tristi e drammatici della pellicola, conferendole, peraltro, un elegante gusto classico. Nonostante ciò, a fare realmente la differenza sono i due attori protagonisti. Bova evade finalmente dalla parte del belloccio dongiovanni – che era ormai diventata la sua seconda pelle – per dedicarsi a un ruolo che lo vede impegnato intensamente, anima e corpo – e non solo corpo -. Ambra, invece, con la sua eteroclita bellezza, incarna e personifica perfettamente l’idea del dilemma amoroso di fronte alla maternità negata.

Come accaduto nel 2004, anche in quest’occasione il film di Placido è stato, sin da subito, visto con occhi malevoli dal pubblico, ma soprattutto dalla critica, che l’ha additato come un film pesante, antimoderno e anacronistico. Evidentemente il Placido che legge e reinterpreta, in chiave personale, il grande Pirandello non soddisfa i gusti dei critici “moderni”, che, onnubilati dal loro frenetico e abbacinante presente, non sanno più apprezzare la raffinatezza del classico e dell’antico.