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Recensione: L’affido (Jusqu’à la garde)

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recensione L'affido

La paura di perdere, che succede alla paura di amare, in funzione della quale ogni mezzo spesso diventa troppo lecito a suggellare uno dei sentimenti più istintivi e deleteri dell’uomo: il senso del possesso.

Niente di pre-alessandrino (per citare Battiato), ma solo una possibile chiave di letture per iniziare a leggere dietro, la vicenda giudiziaria e familiare de “L’affido”; l’esordio definitivo alla regia dell’attore e sceneggiatore Xavier Legrand, nel quale si affronta un tema delicato e molto caro anche allo stesso regista: l’affidamento figliare e la violenza domestica.

Premiato come migliore regia con il “Leone d’argento e con il “Leone del futuro”, come migliore opera prima, alla 74esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, il film affronta il tema del divorzio, soffermandosi sulle conseguenze che tale evento può avere sui figli; piccoli o grandi che siano.

Essendo spesso i figli delle coppie divorziate, ad essere maggiormente colpiti dal trauma della separazione, anche in questo caso l’attenzione sembra soffermarsi, già dalle prime battute proprio sui figli della coppia in questione: Miriam e Antoine Besson, interpretati da Denis Menochét e Lèa Drucker.

recensione L'affidoLa strategia narrativa non segue un filo cronologico lineare, poiché i primi minuti, (un po’ troppi) vedono la coppia davanti al giudice, che deve decidere sull’affidamento dei ragazzi, Josephine (Mathilde Auneveux) e Julien (Thomas Gioria).

Balza subito l’attenzione sul fatto che sia il giudice che gli avvocati siano donne, ponendo di fatto Antoine isolato in uno spazio di genere, nel quale è il principale imputato.

La causa principale del divorzio è la violenza del padre, specie nei confronti del piccolo Julien. Miriam dunque chiede la custodia esclusiva di entrambi, ma non essendoci prove evidenti della presunta violenza, il giudice si troverà a imporre un affidamento condiviso.

Josephine però è maggiorenne e quindi libera di decidere con chi stare, così Antoine riesce a far valere i suoi diritti di padre solo sul piccolo. La situazione comincia a deteriorarsi da subito, anche perché Antoine cerca di sfruttare il bambino, per esercitare una pressione emotiva sull’ex moglie. Tutto ciò determina uno stato di tensione emotiva lunga e a tratti estenuante, che sembra non lasciare spazio a una conciliazione, specie da parte dell’uomo, il cui comportamento causerà un peggioramento dei rapporti, sia con suo padre che con Julien. Sarà il piccolo del resto a diventare ostaggio di un’escalation graduale del conflitto tra i genitori e, nonostante tutto, cercherà di fare in modo che la situazione non degeneri.

Una responsabilità enorme per un bambino di appena 11 anni, che si trova ad essere, suo malgrado, il testimone del dolore e anche dell’orrore di quello che spesso viene celato dalle calde e rassicuranti pareti domestiche.

In uscita nelle sale, il 21 giugno, “L’affido” si avvale della produzione di P.F.A Films e la distribuzione della Nomad Film Distribution, la cui natura indipendente ha sempre rivolto una particolare attenzione ai temi grande attualità e al sostegno dei nuovi talenti. A essi si affianca la collaborazione dell’associazione D.I.R.E. (Donne in Rete contro la violenza), da che riunisce ben 81 organizzazioni di donne, in 18 regioni, le quali da trent’anni gestiscono diversi centri antiviolenza e case rifugio.

Una sinergia importante, in perfetta sintonia con un cast tecnico all’avanguardia che vede; la direzione della fotografia di Nathalie Durand, le scenografie di Jérémie Sfez e i costumi di Laurence Forgue-Lockhart, per raccontare dal punto vista artistico e sociale la paura: quella verso un uomo pronto a tutto per riconquistare una donna; quello della manipolazione di chiunque gli stia vicino per arrivare al suo scopo; lo stato di allerta e tensione in cui molte donne, come Miriam, vivono ogni giorno; la pretesa del possesso, che travalica le stesse persone, per imporsi addirittura sugli stessi sentimenti.

Il film vuole dare un messaggio preciso non solo alle vittime, ma è anche un J’accuse alle istituzioni; una questione molto sentita in Francia, dove, a causa delle violenze domestiche, muore una donna ogni due giorni e i mass media trattano la questione in maniera troppo leggera.

L’affido riesce quindi bene a presentare in maniera cruda e diretta il tabù stesso della paura verso la violenza, riuscendo a strutturare un percorso narrativo, secondo i canoni del thriller psicologico e del dramma: non è un caso che il regista si sia ispirato anche a due film molto diversi tra loro; Kramer contro Kramer e Shining.

Quello che però forse è carente è una maggiore dinamica che un tema trattato con gli schemi del thriller deve avere, prolungando eccessivamente la causa per l’affidamento delle scene iniziali e i troppi silenzi nei dialoghi, lasciati vuoti per creare giustamente maggiore tensione, ma a tratti claustrofobici.

L’affido riesce molto bene a rappresentare l’epilogo di un rapporto andato a male, senza descriverne pienamente la storia interna, ponendo di fatto, una realtà dove i genitori sono comunque responsabili del disagio dei figli, ma non riescono ad affrontarli pienamente e questo deve suscitare nello spettatore una riflessione sull’inadeguatezza di molte coppie a creare un vero nucleo familiare. Quello che però dovrebbe presentare un lavoro così delicato, non è solo il senso emotivo, ma anche un’analisi più ponderata sulla natura individuale di chi decide di seguire più le norme della società, che il proprio istinto, per poi identificare nella stessa, le cause del malessere di una comunità.

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