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Recensione: “Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug”

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Dopo essere sopravvissuti agli attacchi degli orchi, la compagnia dei nani capitanata da Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage), prosegue il proprio viaggio inaspettato verso la Montagna Solitaria per riconquistare il regno perduto dei nani, ma soprattutto l’Arkengemma: la mitica pietra bianca che dà il potere di governare tutti i regni dei nani. Lungo il cammino, Bilbo (Martin Freeman) e i suoi compagni incontrano il mutaforma Beorn, affrontano i ragni giganti della foresta di Mirkwood e vengono catturati da Legolas (Orlando Bloom) e il suo esercito di Elfi. Grazie a Bilbo e al suo anello, riescono però a scappare e ad arrivare a destinazione, ma devono fare i conti con Smaug, il drago che riposa nella montagna.

Ne “Il Viaggio Inaspettato” avevamo lasciato la compagnia al momento in cui vedevano all’orizzonte la Montagna Solitaria e allo stesso tempo scappavano dagli orchi. Approfondendo la trama, “La Desolazione di Smaug”, secondo capitolo della trilogia firmata Peter Jackson, riprende proprio dal punto in cui i nani cercano in tutti i modi di trovare nascondiglio, trovandolo poi nella casa del mutaforma Beorn, l’uomo-orso. Nel frattempo Thorin, re di diritto della città di Erebor, ha una taglia sulla propria testa e l’unico asso nella manica è l’Arkengemma: la pietra di cui potrà servirsi per comandare tutti i regni nanici. Per afferrare il tesoro, il nano e il suo seguito, devono inoltrarsi in una foresta abitata da enormi ragni, intrisa di magia e portatrice di allucinazioni e stato confusionale.

Da questo punto, il film lavora su due storie diverse: quella dei nani e la loro corsa verso il tesoro, e quella di Gandalf che inizia a percepire una presenza oscura, molto più pericolosa di quella del drago. Mentre i nani cercano di uscire dal labirinto della foresta, Legolas e la compagna Tauriel (Evangelin Lilly) li catturano e li portano al cospetto del  Re degli Elfi, Thranduil (Lee Pace); ma grazie all’astuzia di Bilbo, riescono a fuggire e tra l’attacco degli orchi e la forza elfica, si apre una violenta battaglia tra turbolenti rapide e cascate. Come per tutti i film precedenti, anche qui la compagnia trova degli alleati: uno tra tutti è Bard, uomo aspro, da un passato triste, ma che aiuta i nani sopravvissuti alla forza del fiume, nascondendoli sulla sua barca e conducendoli quasi come Acheronte verso Pontelagolungo, piccolo paese ai piedi della Montagna Solitaria. Ormai l’obiettivo è vicino; l’unica cosa rimasta è quella di far avverare la profezia ed entrare nella montagna. Intanto Gandalf il Grigio, sulle più alte, impervie e frastagliate montagne, cerca di venire a capo di quest’ aura nera che pian piano si sta espandendo minacciosamente: è lui, Sauron, che iniziando a sentire la presenza dell’anello, lo brama a tutti i costi.

Come qualsiasi cosa, anche un capolavoro cinematografico può avere difetti insieme ai pregi. I contro: pur sapendo che il libro sia composto da 300 pagine circa e che quindi il materiale a disposizione è limitato, si percepisce ancora, come per il primo film, quello sforzo di arrivare a una fluidità che comunque non riesce del tutto. Inoltre, a prescindere dal fatto che Tauriel sia un personaggio inesistente nel libro, la sua storia e il suo personaggio non convincono: è una giovane elfa che spinta dall’istinto e dalla poca esperienza, si lascia trascinare dagli eventi e si avvicina sentimentalmente a uno dei nani. Per quanto possa essere un’idea per infoltire la trama, rimane un risultato mediocre ma comunque apprezzabile. Infine, l’ultima scena: siamo ormai abituati a finali che sospendono la storia e che quindi lasciano un amaro in bocca misto a grandi aspettative, ma QUESTO finale è troppo tagliato e repentino. “Il Viaggio Inaspettato” aveva lasciato delusione e dubbi nella sua realizzazione, in quanto la metà del film era parecchio lenta e forse è proprio per questo motivo che da un lato “La Desolazione Di Smaug”, vuole essere un tentativo di autosalvataggio in zona corner usando chiavi di svolta a intermittenza funzionali.


D’altra parte, chi ha visto la trilogia de “Il Signore Degli Anelli”, con Lo Hobbit 2 avrà le idee molto più chiare. Sono tante infatti le risposte, i rimandi e le spiegazioni che collegano una saga all’altra: per esempio l’origine del nome della famosa spada Pungolo, oppure chi era Legolas prima che conoscesse Aragorn e Gimli, e per finire che originaria forma avesse Sauron. I pro sono tanti e riescono a farci perdonare i difetti sopra citati: vengono aggiunti dei tasselli all’intera storia della Terra di Mezzo, come se grazie a questa pellicola , l’intero “puzzle di Tolkien” sia sulla via del completamento. Alcune tematiche del precedente film vengono infatti qui sottolineate: un facile esempio è la componente della smania, costante sia del nano Scudodiquercia, alla ricerca della sua gemma capace di mettere in dubbio l’amicizia dei compagni, che di Bilbo, il quale ha sì timore dell’anello, ma iniziando ad esserne dipendente e corrotto, non riesce a farne a meno. Spostandoci invece sul lato prettamente tecnico, in questo secondo capitolo due grandi scene sono meritevoli di essere viste: la battaglia sul fiume e l’incontro con Smaug.

La prima vede come protagonista Legolas che, nonostante la velocità della corrente, riesce a saltare da un barile all’altro in piena corsa e a uccidere gli orchi; una scena molto lunga, variegata e sicuramente difficile da girare. Non avevamo dubbi del resto che l’elfo avrebbe contribuito a far guadagnare molti punti al film. La seconda tratta dell’apparizione del custode della montagna, un drago dormiente sotto un enorme tesoro che dopo essere stato risvegliato da Bilbo, tenta di eliminare l’intera compagnia: qui il regista crea un vero e proprio Luna Park fatto di scivoli, fornaci e carrelli che i nani usano per fuggire dalle fauci del drago. Grazie a un duro lavoro durato più di due anni, Smaug rasenta la perfezione e ha tutte le caratteristiche del vero antagonista: cattiveria, ferocia e avidità sono i punti maggiormente esternati che Bilbo affronta molto bene tramite la sua intelligenza, come farebbe Ulisse con Polifemo.

Sebbene Lo Hobbit rimanga comunque un lavoro fatto con passione, dedizione e precisione, il primo capolavoro di Jackson è ineguagliabile ed era quasi impossibile che il maestro potesse superare se stesso. Ma da fan dei Fantasy quali siamo, concediamo appunto la fantasia usata dal regista, il voler di proposito inventare sotto alcuni aspetti una storia, e per finire, diamogli ancora fiducia per l’ultimo film della saga: Il Racconto Del Ritorno.

 

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