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Recensione L’ultimo lupo

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Ecco la recensione de L’ultimo lupo, uno dei film più attesi del 2015. Per girare questa pellicola sono stati impiegati sette anni, un tempo lunghissimo per un lungometraggio, un’opera paragonabile solo al recente Boyhood. In questo caso c’è stato un elemento ulteriore e di non poche problematiche: l’interazione tra i lupi, i cavalli e gli uomini.

La sceneggiatura de L’ultimo lupo è tratta dall’opera di Jiang Rong Il totem del lupo, uscito nel 2004, il secondo libro più venduto nella storia della repubblica popolare Cinese dopo Il libretto rosso di Mao, un fenomeno letterario scampato alla severa censura del regime. La trama narra le vicende di Chen, un giovane studente universitario di Pechino, inviato nel 1967, nel pieno della rivoluzione culturale, tra le steppe delle Mongolia ad insegnare ad una tribù nomade a leggere e a scrivere.

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Il ragazzo rimarrà folgorato dalla semplice vita di queste popolazioni, fatta di allevamento e spostamenti da un luogo all’altro, di tende e antiche tradizioni. La vita di questa popolazione, uguale da migliaia di anni, viene però modificata bruscamente dall’intervento dei funzionari di Pechino, i quali pretendono di sfruttare a loro piacimento il territorio. Il problema maggiore per i burocrati cinesi è la presenza di temibili branchi di lupi, incontrastati padroni di queste lande che cacciano la fauna locale, oltre che quella d’allevamento. Da qui nascerà una politica di sterminio delle cucciolate dei lupi, le quali renderanno i branchi più aggressivi e assetati di vendetta. In questo contesto, Chen Zhen rifiuterà gli ordini di Pechino, salvando da morte un cucciolo di lupo ed allevandolo in gran segreto nella sua tenda.

Il lupo è la figura principe della pellicola, sia quello libero ed indomato, sia quello allevato dal giovane cinese. Esso appare legato in maniera indissolubile alla terra e alla sua natura vergine, turbato dalla presenza della modernità, elemento di disordine e rottura di un equilibrio ormai assodato tra questi predatori, gli abitanti delle steppe e le steppe stesse. L’arrivo del regime, considerato non chiave politica bensì come il portatore di un mondo diverso, segna l’inevitabile declino sia dei lupi, sia dei nomadi. Essi si vedono travolti dalla fiumara del progresso, inesorabile e impietosa di fronte a chi si oppone, a chi resta inamovibile verso la novità e a chi rimane saldo sulle sue origini.

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Chen Zhen si trova ad essere un semplice spettatore della storia, dovrebbe insegnare a leggere e a scrivere ai nomadi, in realtà è la Mongolia a fargli narrare la vicenda dello scontro tra il lupo e l’uomo, tra la terra e la modernità. Il percorso che affronta nel lungometraggio è quello del richiamo della foresta, un’istintiva volontà di tonare ad uno stato primordiale lontano dalle pratiche burocratiche e dalle gabbie della città. La steppa lo rapisce grazie al capo della tribù, l’anziano uomo che lo tratterà al pari di un figlio, insegnandoli il rispetto verso la terra e verso i lupi, degli Dei espressione pura della libertà.

Le riprese sono state girate in un ambiente surreale, l’atmosfera che si respira ha il profumo di un’eternità immobile e sorda al cambiamento oltre che incontaminata dalla presenza umana. Le scene d’azione sono davvero spettacolari, esse contengono degli elementi difficili da gestire anche solo singolarmente, mentre qui hanno convissuto fianco a fianco: lupi, cavalli, uomini e le proibitive condizioni metereologiche. Il regista Jean-Jacques Annaud, il medesimo de Il nome della rosa e de Sette anni in Tibet, ha potuto adoperarsi per questo film per sette anni, riuscendo a creare nel film un’accuratezza stilistica molto dettagliata, una cura per l’inquadratura che ha sia dato risalto alla storia e che ha sottolineato l’andamento cronologico del film oltre che lo stato d’animo di uomini e lupi.

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In questo movie sono presenti molti punti di forza, come la trama, una delle più apprezzate di sempre in Cina, la maestria con cui sono state gestire le difficoltà delle riprese, l’ottima risposta dei lupi di fronte agli stimoli di film interamente incentrato su di loro, elemento da non sottovalutare data la loro natura selvatica, il paesaggio e una narrazione su delle tematiche tutt’altro che banali. Tuttavia alla pellicola manca qualcosa per poter essere definita un capolavoro: la scintilla che infervora lo spettatore e lo mantiene incollato alla sedia, coinvolto fino in fondo in ciò in cui sta assistendo non è mai scattata. Tra lo schermo e pubblico è rimasta una distanza tangibile, l’impossibilità di avvicinarsi al lupo e ai protagonisti del film ha lasciato il bicchiere mezzo vuoto.

Nonostante questo, il pregio maggiore di questo movie è la relazione tra il protagonista e il lupo, la quale ha permesso al primo di conoscersi meglio, di scoprire una speranza in sé e una nuovo sguardo rivolto al mondo con il quale scorgere una diversa verità.

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