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Recensione: The Iceman

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the iceman

Richard Kuklinski (Michael Shannon) non è di certo uno che si fa prendere dal panico. È un uomo buono, tranquillo, con una bella moglie e due figlie che ha iscritto in una prestigiosa scuola privata. È partito dal nulla, da doppiatore di film porno, mentre a sua moglie Deborah diceva che doppiava i cartoni animati.

Eppure dietro a tutta questa calma, questo sangue freddo fuori dal comune, si nasconde qualcosa di diabolico. Kuklinski, fin da quando doppia i porno, entra in combutta con il boss mafioso Roy Demeo (Ray Liotta) e i suoi scagnozzi. Demeo, che vuole punirlo per il ritardo di una consegna, si accorge che in quell’uomo c’è qualcosa che può essergli utile: la freddezza. Più che un uomo, una macchina. Così lo fa entrare nella sua banda e gli assegna alcuni omicidi. Kuklinski è uno disposto a farlo, uno che non si ferma davanti a nulla. Un vincolo però c’è eccome: è la sua famiglia, che deve restare al di fuori del suo lavoro. Dice di lavorare a Wall Street e invece va in giro a uccidere su commissione.

Ma a un certo punto il rapporto con Demeo si incrina e Kuklinski diventa socio di un altro killer, Mr Freezy (Chris Evans), che si spaccia per un venditore ambulante di gelati ma è proprio nel camioncino che nasconde le vittime, al fresco. Kuklinski e Mr. Freezy diventano dei killer indipendenti, ma quando le organizzazioni criminali assoldano i propri uomini per uccidere, per i due, che sono diventati dei veri e propri assassini freelance, il lavoro incomincia a scarseggiare. Fino al drammatico momento della verità.

Nonostante attinga a un vasto repertorio di stereotipi sui gangster movie, The Iceman si lascia guardare dall’inizio alla fine con una tensione narrativa costante, proprio come costante è la freddezza del protagonista, interpretato da un Michael Shannon perfetto nel ruolo.

the iceman recensione

Non mancano echi qua e là dai classici del genere: da Quei bravi ragazzi (Goodfellas) di Scorsese, e non a caso per il ruolo del boss è stato scelto proprio Ray Liotta, che lì invece, accanto a Robert De Niro e Joe Pesci, era un semplice manovale, mentre qui sembra proprio che voglia passare il testimone a Kuklinski, che però non terminerà la propria scalata sociale.

Altro stereotipo è il carattere del protagonista, diviso da un perenne conflitto tra il bene e il male – tema centrale di tutti i film di Scorsese, ma anche uno dei tanti del Padrino di Coppola. A questo conflitto si affianca il rispetto per le donne e i bambini, e nel momento in cui Kuklinski, dopo un omicidio, lascia in vita una testimone diciassettenne, sembra di rivedere Tony Montana di Scarface. In comune con Montana c’è la tendenza a essere iperprotettivo nei confronti della famiglia – anche se la protezione di Tony Montana per sua sorella Gina si trasformava in una gelosia distruttiva e autodistruttiva –, mentre ciò che li differenzia è il desiderio di scalare la piramide del potere da parte di Montana A Kuklinski invece interessa sì arricchirsi, ma non è la ricchezza egoistica a cui ambisce Montana. Kuklinski ha a cuore soltanto sua moglie e le sue figlie e finché la sua vera natura non viene scoperta, la sua famiglia lo ritiene un padre e un marito devoto.

Ma la caratteristica saliente del personaggio è la sua capacità di trattenere la rabbia. E non soltanto. Perché Kuklinski, che ha subito le violenze del padre e cha ha visto suo fratello finire in prigione proprio per aver ucciso una ragazzina, non prova alcun sentimento, se non nei confronti della sua famiglia, ed è proprio nell’incapacità – o nella facoltà – di provare emozioni di alcun tipo che si nasconde il suo vero talento. In questo modo Kuklinski diventa una macchina per uccidere, uno che esegue ordini senza discutere.

Proprio di recente, anche American Sniper di Clint Eastwood ha trattato il tema dell’eterno conflitto tra il bene e il male di chi è costretto a uccidere ma vuole, allo stesso tempo, conservare un posto nel proprio cuore per una vita tranquilla e onesta. E The Iceman non dice e non mostra niente di più di quello che già si era detto e visto. Non essendoci quindi elementi forti di originalità, la sceneggiatura, anziché concentrarsi sugli omicidi e sul lato oscuro di Kuklinski, avrebbe potuto indagare sulle origini del male, sul seme dell’odio che è cresciuto dentro un cuore in perenne subbuglio, espresso con degli occhi capaci tanto di essere iniettati di odio quanto di amore.

Un vero e proprio caos calmo interiore di un uomo conscio di aver sbagliato ma incapace di pentirsi, cosicché la sua anima, vittima in qualche modo del delitto e castigo dostoevskijano, non riuscirà mai a trovare una vera e propria redenzione.

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