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Recensione The Silent Man

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recensione the silent man

The Silent Man, l’uomo che sapeva troppo

Conosciuto dalla stampa come “Gola Profonda”, Mark Felt decide di rivelare le manipolazioni del Presidente Nixon in occasione della sua rielezione alla Casa Bianca. Un personaggio fondamentale per la storia americana, con un parallelismo con Donald Trump.

Alla morte di J. Edgar Hoover, Mark Felt (Liam Neeson) non può che aspettarsi di diventarne l’erede, data la sua trentennale militanza nell’FBI. Eppure, non soltanto non è Felt il nuovo capo, ma il successore di Hoover è Pat Gray, molto vicino agli ambienti governativi.

Il clima che si respira in America è piuttosto teso: mancano circa duecento giorni alle elezioni e il Presidente Nixon, in piena campagna elettorale, affronta i suoi avversari del Partito Democratico anche in modo sleale. Felt, visti i metodi di Nixon, vorrebbe indagare per smascherarlo, ma è proprio il legame tra Gray e il governo a bloccare non soltanto lui ma tutta l’FBI; ed è per questo che Felt inizia a mettersi in contatto con il “Washington Post”, facendosi chiamare “Gola Profonda” (con riferimento a un film porno uscito nel 1972), e a rivelare la manipolazioni di Nixon in campagna elettorale. Le sue rivelazioni provocheranno lo scandalo Watergate e le conseguenti dimissioni del Presidente.

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La filmografia sugli anni Settanta della presidenza americana è talmente ricca da permettersi di raccontare lo stesso soggetto da più punti di vista: in Tutti gli uomini del Presidente (1976) era quello dei due giornalisti del “Washington Post”; in Nixon – Gli intrighi del potere (1995), era quello del Presidente stesso; infine, in The Silent Man è quello di colui che ha deciso di ribellarsi alle trame governative, rivelando informazioni riservate che, finché Hoover era vivo, sarebbero rimaste al sicuro.

Un grave rischio, quello di Felt: mettersi contro il governo e tutta l’FBI non è cosa da poco, con la possibile conseguenza che tanto coraggio e tanta sete di giustizia e di verità possano ripercuotersi non soltanto su di lui ma anche su tutta la sua famiglia. Proprio per garantirne l’incolumità, l’identità di Felt è stata celata per oltre trent’anni, finché, nel 2005, in un articolo apparso su Vanity Fair, finalmente Felt non ha confessato di essere lui il misterioso “Gola Profonda”.

Era fin dal 1972 che la Casa Bianca sospettava di Felt, anche se lui aveva sempre negato. La scelta di Felt, secondo alcune ipotesi, potrebbe essere legata all’insoddisfazione per la nomina di Pat Gray, ma non si può escludere che l’FBI abbia usato il “Washington Post” per ottenere la caduta di Nixon.

I film di inchiesta, purtroppo, soffrono di un grave limite, la mancanza di azione: pare sempre che qualcosa debba accadere, che ci sia, per esempio, un omicidio o che prima o poi la narrazione possa decollare, ma tutte queste possibilità sono disattese, una per una. Accadeva in Tutti gli uomini del Presidente, su tema analogo, e accade anche in The Silent Man, dove un intenso Liam Neeson non basta a salvare lo spettatore dall’angosciante sensazione che sia mancato qualcosa a un film da un grande potenziale. L’esito non è del tutto negativo, eppure la sceneggiatura di Peter Landesman, non a caso ex giornalista investigativo e corrispondente di guerra poi dirottatosi sul cinema, lascia un amaro senso di incompiutezza.

Nonostante abbia iniziato a scrivere la sceneggiatura di The Silent Man più di dieci anni fa, Landesman è consapevole della tempestività della sua uscita nel 2017, in particolare come eco del licenziamento del direttore dell’FBI James Coney, che ha fornito alcuni appunti delle sue conversazioni con Trump a un amico che li avrebbe poi consegnati alla stampa.

«È stato sorprendente, in realtà», ha detto Landesman, «il modo in cui l’ha fatto. Penso che Comey, come Felt, abbia davvero cercato di proteggere l’FBI dalle manipolazioni di Trump proprio come Felt proteggeva l’FBI da Nixon. Penso sia un parallelismo adatto: è quasi una corrispondenza uno a uno.»

Trailer:

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