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Recensione: Venere in pelliccia

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venere-in-pelliccia_posterVenere in pelliccia

Regia: Roman Polanski
Sceneggiatura: Roman Polanski, David Ives
Cast: Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric
Musica: Alexandre Desplat
Genere: Drammatico
Produzione: Francia/Polonia, 2013
Durata: 100’

A due anni dall’ottimo Carnage, Roman Polanski torna a dirigere un nuovo adattamento di un testo teatrale che è a sua volta l’adattamento da parte di David Ives (qui in veste di co-sceneggiatore insieme al regista) del romanzo ottocentesco omonimo, la Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch, da cui deriva il termine “sadomaso”.

Come Carnage e in precedenza La morte e la fanciulla siamo ai limiti del teatro filmato e anzi qui il regista polacco getta definitivamente la maschera, poiché l’azione coinvolge solo due attori ed è ambientata, appunto, in un teatro parigino, dal quale la telecamera non si distaccherà mai, se non per entrare e uscire dallo stesso (lo stesso avveniva per la “cornice” in Carnage) con una carrellata che ci fa scoprire una Parigi grigia e piovosa.

La trama è sottilissima (in tutti i sensi), piena di sottotesti e continui rimandi metatestuali: il regista teatrale Thomas Novachek (Mathieu Amalric) è reduce da una infruttuosa giornata di audizione per la parte di Wanda nel suo adattamento della Venere in pelliccia. E’ pronto a lasciare il teatro e tornare dalla sua compagna, quando si presenta, bagnata fradicia e vestita in (quella che lei pensava fosse la) parte, Vanda (Emmanuelle Seigner, moglie di Polanski), all’apparenza un’attricetta sprovveduta che tenterà in tutti i modi di convincere il regista ad affidarle la parte della sua…omonima.

Unità di tempo, luogo e spazio rispettate che, come in Carnage, servono a restituire un intenso gioco al massacro, costituito soprattutto da parole e da un continuo ribaltamento e rimescolamento dei ruoli. Polanski gioca con le ambiguità supportato da due interpreti straordinari (essendo un film principalmente di dialoghi, sarebbe bello poterlo vedere in versione originale) in un film nel quale i due personaggi in scena (nelle scene) non fanno mai capire dove finisce il ruolo che stanno interpretando e dove comincia la loro vera personalità. Cosa nasconde davvero Vanda dietro quella facciata frivola e superficiale e perché sembra sapere già tutto? Vanda passa da attricetta a prostituta, da dama ottocentesca fino ad assurgere a dea in maniera credibile per ognuna delle sue diverse incarnazioni. Allo stesso tempo è difficile dire quanto di Thomas ci sia nel personaggio da lui riscritto, quali siano i motivi dell’adattamento di un opera così particolare, con quale personaggio davvero si identifichi. Sono dubbi che Polanski semina per tutta la pellicola creando, grazie a dialoghi arguti, una tensione esaltante che monta fino al crescendo finale. Mentre i due rimettono in scena la Venere in pelliccia – nel quale il protagonista Severin confessa l’amore attraverso la sottomissione (soprattutto fisica) a Wanda von Dunajew – i confini del rapporto tra i due personaggi del romanzo e quello tra i due attori (personaggi anche loro dal punto di vista dello spettatore) si fanno indistinti, si mescolano, mentre scorre potente per tutto il film una forte tensione erotica che scaturisce dalla fisicità prorompente e dall’alone di mistero che emana Vanda.

venere-polanski-01Quello di Polanski è un cinema che è un piacere guardare per la raffinatezza della messa in scena che stimola il cervello con dialoghi brillanti, fornendo continui spunti per chiavi di lettura differenti e portando a riflettere sui tanti temi tirati in ballo, tutti eterni e universali come la tragedia di Euripide Le Baccanti (citata più volte nel film) sulle maschera, sul rapporto tra i sessi e quello tra vittima e carnefice, sull’Arte e sul sesso stesso . Per fare cinema a Polanski bastano pochissimi elementi: un palco, delle luci – che sarà la stessa Vanda a modulare – e pezzi di scenografie vecchie e nuove, come quel ridicolo cactus chiaramente fallico, residuo di un adattamento di Ombre rosse. Oltre, ovviamente, a due attori in stato di grazia.

Amalric gioca chiaramente a fare l’alter ego di Polanski, almeno quanto il regista faceva se stesso ne L’inquilino del terzo piano, il quale ha non pochi punti in comune con questo ultimo lavoro. L’attore francese (anche regista del bel Tourneè, 2010) è bravissimo a dare vita a un personaggio ambiguo che sembra sottomettersi al potere e alla carica erotica di Vanda, per poi ritrovare ogni volta l’orgoglio quando vengono mosse critiche al suo adattamento, in un non poco ironico ritratto di artista egotico. Per descrivere la prestazione della Seigner invece, semplicemente le parole non bastano. Con la sua interpretazione di Vanda/Wanda riesce a non dare mai punti di riferimento fissi allo spettatore; inganna Thomas e inganna lo spettatore, continuamente: è un groviglio inestricabile di pulsioni del quale è impossibile venire a capo, fino a quando non si scioglie da se in un finale comunque ricco di ambiguità.

Roman Polanski, a ottant’anni, rimane ancora uno dei talenti più cristallini del cinema mondiale, ancora capace, con finezza stilistica e arguzia d’ingegno, di immergere gli spettatori in mondi a parte, farli perdere al suo interno, condurli dove vuole lui. Uno spettatore al cinema difficilmente potrà trovare un naufragare più dolce.

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