Home Cinema

Recensione: Vizio di forma

2657
vizio di forma

Dopo il lento capolavoro di The Master, anche per un regista come Paul Thomas Anderson, il regista più raffinato e abile a riflettere i disagi interpersonali che affliggono la società americana, era davvero un’impresa ardua realizzare un film altrettanto intenso e ipnotico. Tuttavia, il regista de Il petroliere e Magnolia decide di virare totalmente dalla sua retorica e poetica cinematografica per tuffarsi, con Vizio di forma, in un parossistico cosmo psichedelico, in cui, tra sigarette, canne e droga, noi frenetici e frettolosi spettatori perdiamo progressivamente il senso del tempo e del ritmo.

Assorbiti e inglobati in questa cappa fumogena, noi, pubblico giudicante, perdiamo anche il filo conduttore della trama, tratta dall’omonimo romanzo ormai seienne di Thomas Pynchon. Non so se qualcuno di voi che mi segue abbia mai fumato o, in gergo, “provato” una canna. Io, non mi vergogno a dirlo, ammetto di averlo fatto, e più di una volta, senza mai esagerare. Bene, a chi si trovi nella mia situazione, non risulterà affatto difficile paragonare le due ore e trenta di questo Woodstock cinematografico a una di quelle fumate in compagnia dei propri amici di cui, alla fin fine, si ricordano solamente o le risate o l’insaziabile fame chimica o, cosa in assoluto più rilassante e astrale, i contorti e infiniti trip mentali che si producono una volta “salita la botta”.

Dicevo, dopo un po’ che la narrazione prosegue, lo spettatore incomincia a grattarsi la te-sta, imbarazzato a chiedere al vicino che cosa stia realmente accadendo. Alla fine del film, non si perde solamente la concezione del tempo, ma anche quella della dimensione narrativa. Le leggi della fisica si annichiliscono momentaneamente e tutto rimane sospeso in un vortice d’indeterminazione e irrisolutezza.

L’unica cosa di cui si è certi è che il protagonista è un certo Doc (Joaquin Phoenix) – che fa molto il verso al Drugo, interpretato da Jeff Bridges, de Il grande Lebowski dei fratelli Coen – , un investigatore privato hippie, strafatto dalla mattina alla sera – e per questo continua-mente tallonato dal rude e violento poliziotto Big Foot (Josh Brolin) -, assoldato per risolvere il mistero (e il caso) che si cela dietro alla scomparsa di Mickey Wolfmanm (Eric Roberts), un miliardario proprietario terriero di cui è ora innamorata la sua vecchia fiamma Sasha Fay (Katherine Waterston). Il resto rientra in una grande odissea psichedelica di cui il povero e tranquillo Doc è il vortice demiurgico.

Il grandissimo pregio di questo film sta nell’essere riuscito nell’impresa di far provare allo spettatore quella sensazione di quasi mistica astrazione e assenza ultraterrena che egli prova ogniqualvolta si fumi dell’erba in santissima pace. Considero la resa di quest’effetto un pregio poiché riesco a scorgere e comprendere la difficoltà che un regista o un artista può incontrare nel tentativo di trasmettere un’emozione, una sensazione o uno stato d’animo qualora sia privato del supporto sensibile, vale a dire qualora l’unico mezzo che egli ha per comunicare il suo messaggio sia o l’udito o la vista (o entrambi) dei suoi osservatori. Anderson è riuscito perfettamente a sospendere il suo film e il ritmo di esso in una quarta dimensione spazio-temporale in cui le leggi meccaniche, dinamiche e astrologiche sono semplici supposizioni. Insomma, è riuscito a rendere il suo Vizio di forma un buco nero cinematografico.

L’altro immenso valore aggiunto di Vizio di Forma è il suo attore protagonista, Joaquin Phoenix, interprete che adoro sempre più, ogni anno che passa. Phoenix è un uomo dal genio multiforme, un attore versatile, capace, nel giro di appena due anni, di interpretare, con lo stesso regista, due ruoli diametralmente opposti, agli antipodi. Ed è riuscito, in entrambi i casi, a donarci performance da brividi. Va menzionato pure il cast stellare che lo accompagna lungo le sue interminabili peripezie (simili a quelle in U-Turn di Stone o in Fuori Orario di Scorsese), composto da attori di non poco rilievo come Josh Brolin, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Benicio del Toro, Jena Malone, Johanna Newsom e Martin Short, oltre che dalla splendida Sasha Pieterse (la meschina Alison di Pretty Little Liars).

In conclusione, Vizio di forma è una pellicola sull’indeterminatezza e l’irrisolutezza dell’amore, passionale ma passeggero, intenso ma momentaneo, proprio come una tirata di marjuana. Inoltre, in quella che potremmo definire la femme fatale del film, Sasha Fay, è riscontrabile, a mio avviso, la personificazione dell’America, una nazione libera e libertina, una nazione che scappa e ti abbandona per poi tornare più bella e sensuale di prima. Io questo ho colto nel film di Anderson. Ora sta a voi andare al cinema a gustarvi quest’allucinante trip psichedelico.

JustNews.it è in vendita. Per informazioni [email protected]