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Recensione Wajib: Invito al matrimonio

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Wajib

Una finestra che si apre su storie, talmente, “comuni” da essere incredibili, perché racchiudono due sguardi diversi di un unico mondo possibile. Tutto ciò è ancora più incisivo, quando il luogo in cui si svolge l’azione, ha un sapore talmente “biblico”, da esistere quasi in contraddizione con il mondo reale.

Anche questo è Wajib, il nuovo lavoro della regista Annemarie Jacir, in programma nelle sale italiane dal prossimo 19 aprile.

Il film possiede la particolarità di viaggiare su un ritmo continuo, che non si muove quasi mai dalla sua linea retta, ma lo fa muovendosi in un contesto sociale e culturale, che noi europei ancora conosciamo poco. Questo luogo è Nazareth e la sua apparente monotonia urbana si pone come lo scenario naturale per una realtà molto più ricca di sfumature di quanto l’informazione globale riesce a descrivere, attraverso le gabbie della politica e dell’ideologia.

La storia è semplice e ruota attorno a due personaggi: un padre di nome Abu Sahif e il suo figlio Shadi (rispettivamente Mohammed Bakri e Saleh Brakri): il primo è uno stimato insegnante che aspira alla presidenza della sua scuola; il secondo è un architetto trasferitosi a Roma e che convive con la figlia di un ex capo dell’OLP in esilio.

In mezzo c’è l’imminente matrimonio della figlia di Abu e sorella di Shadi, Amal e l’occasione per questo viaggio assieme è il Wajib, ossia l’invito ufficiale. Si tratta di un costume tradizionale tipico solo di Nazareth e prevede che, in occasione di un matrimonio, sia dovere dei parenti, consegnare la partecipazione personalmente, in segno di rispetto verso gli invitati.

Wajib invito al matrimonioIniziano a delinearsi i contorni, attorno a cui ruota la storia; la città, la comunità palestinese e le usanze tipiche, ma anche il naturale conflitto generazionale, tra la saggezza paterna e l’irruenza ideologica della gioventù, che non lasciano spazio ad una piena consapevolezza e coerenza ai dettami della cultura tradizionale.

Questo perché Abu Sahid è un uomo intelligente, amato e rispettato, che ha dedicato la vita a crescere generazioni intere di ragazzi, sulla via del rispetto e della tolleranza, ma è molto tradizionalista e attento al consenso sociale: il suo desiderio è che il figlio torni in patria e si trovi una moglie più adatta a lui.

Nonostante pesi su di lui la riprovazione sociale, per essere stato lasciato dalla moglie, cosa che in quel contesto sociale è molto sentita, egli ha tirato su i suoi due figli da solo, senza vergogna, né desiderio di vendetta.

Shadi invece vive con quella tradizionale passionalità idealistica di chi ha lasciato la sua terra, per osservarne da lontano solo gli aspetti negativi, abbracciando solo i valori di coloro che dal desiderio di riscatto, hanno fatto anche la loro fortuna.

È natale in quei giorni, come si denota dalle decorazioni, le figure religiose e tutti quegli elementi che permettono di conoscere meglio i protagonisti e la loro fede cristiana.

Non vi sono particolari colpi di scena, mentre la telecamera si muove seguendo i personaggi, identificando, attraverso campi quasi sempre stretti, nei quali il mondo dei protagonisti compare a piccoli tratti.

Ci sono i parenti che associano l’Italia, dove vive Shadi e l’America, le case vuote di chi si è arruolato a Daesh e vecchi amori passati, nel bel mezzo di un mondo islamico che con la comunità ebraico-israeliana, mantiene soltanto rapporti funzionali.

Wajib è un film poliedrico e al tempo stesso romantico; un possibile wedding movie, che si muove su toni medi, per concentrarsi su alcuni particolari di vita palestinese, dove il conflitto sociale, politico e militare, appare quasi in dissolvenza, rispetto al rapporto tra i due.

recensione WajibLa comunità che la regista palestinese descrive, pur se duramente provata, appare votata più alla rassegnazione, che alla forza della sua identità; gli effetti del conflitto sulla vita delle persone, non sono l’unico riferimento di analisi. Anche nei diverbi tra i due protagonisti il senso del riscatto e della volontà sembrano scaturire più dalla saggezza interiore, che dalla rivalsa delle ragioni storiche.

È il padre, la cui vita è stata segnata da tante sofferenze, a rimboccarsi ogni volta le maniche per andar avanti, con coraggio e saggezza, cercando di comprendere sempre la natura e le ragioni dell’altro, mentre Shadi non riesce a capacitarsi del fatto che una delle città più antiche del mondo, lasci che la gente metta la plastica per coprire i balconi, deturpando il fascino storico della sua immagine.

Con una struttura narrativa, lontana da azzardi linguistici e stilistici, Wajib esplora dall’interno, un mondo politicamente separato ma in fase di cambiamento, e lo fa con toni tendenzialmente pacati, per entrare nella vita di una città e di una comunità, mostrandone usi, costumi e tratti antropologici come, la divisione tra nostalgie tradizionaliste e una certa modernità spesso ottusamente rivendicata nelle sue forme più esteriori.

Trailer:

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