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Recensione: Westworld e la naturale evoluzione dei personaggi

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recensione Westworld

Una delle serie tv più forti e amate degli ultimi due anni, dotata di un linguaggio visivo ed espressivo, che punta alla muta e ferma introspezione estatica dell’essere. Stiamo parlando di WestWorld e di come essa ha influito molto sul modo di esplorare le storie e la dimensione intorno alla quale le stesse prendono vita. In sole due stagioni, la serie di Jonathan Nolan e Lisa Joy per la HBO, è riuscita a fare breccia sia sugli appassionati più intransigenti che su quelli meno sofisticati, grazie ad un sapiente mix di azione, dramma e consapevolezza della natura umana e della coscienza; il tutto secondo l’ottica del cambiamento, che della serie è il punto focale, partendo proprio da ogni singolo personaggio.

L’evoluzione di ogni storia personale, metaforizzata spesso attraverso il viaggio dell’eroe, si tramuta in un percorso psico-terapeutico, nel senso junghiano del termine, la cui destinazione è la scoperta della propria natura individuale. Così il viaggio diventa un itinerario spirituale, illustrato in termini quasi gurdjeffiani, verso la consapevolezza di sé e il dubbio che esista realmente un libero arbitrio.

Attraverso questo processo, avviene la naturale evoluzione dei personaggi, che comincia con la introspettiva scoperta dell’Ombra, che riguarda la totalità delle sfumature che una persona non conosce di se stessa e potrebbe arrivare a non conoscere mai, per tanti motivi, sia essa l’educazione, la società o il condizionamento ambientale.

Ecco come si sviluppano gradualmente i personaggi principali.

Possiamo partire dall’Uomo in nero, William; un personaggio senza apparenti sfumature, perché nasce cattivo e finisce alla stessa maniera.

Il suo percorso è però legato al doloroso cammino iniziatico verso il labirinto, ma soprattutto al fatto di non essere un androide e quindi di non poter evolvere. Solo dopo averlo percorso, egli scopre e accetta la sua natura, poiché  la crudeltà è sempre stata parte di lui.

westworldDolores è uno di quei personaggi, la cui perdita d’innocenza subita nella prima serie, non ha influito su un cambiamento radicale, se non nella cristallizzazione di alcune ossessioni, tra cui ricerca di un’autentica libertà e l’indipendenza degli androidi. Sembra di assistere a quel processo di attualizzazione delle proprie potenzialità, teorizzate negli anni ’40 dallo psicologo umanistico Carl Rogers. In questo caso è la stessa Dolores a concretizzare le potenzialità sue e dei suoi simili, abbracciando la filosofia del male necessario, dove tutto diventa lecito, pur di raggiungere lo scopo.

Teddy è uno dei pochi personaggi buoni, fedele a nobili ideali, al limite dell’ingenuità disarmante. E’ questo uno dei motivi per cui nella seconda stagione viene ferito in modo serio; ma la sua ferita è e resterà psicologica.

Poi vi è Lee Sizemore, il direttore narrativo di Westworld il quale, pur essendo meno carismatico e influente ai fini dello sviluppo narrativo, diventa forse l’unico essere umano a intraprendere un processo di evoluzione e maturazione. Da narcisista nevrotico e patologico della prima serie, arriverà a comprendere meglio il mondo che gli si presenta, senza manipolarlo e soprattutto maturerà il rispetto verso gli androidi, scoprendone una naturale empatia.

Tale è la sua consapevolezza che sarà lui a prendersi la responsabilità di ciò che ha scritto,  accettando il sacrificio finale, in nome di un bene superiore, della scoperta di una morale, che pone un personaggio alla totale consapevolezza di sé.

westworld personaggiMaeve, al pari dell’altra protagonista femminile Dolores, ma è un androide che ha raggiunto una nuova consapevolezza alla fine della stagione precedente, ma anche per lei, il raggiungimento di una forma di umanità si contrappone alla debolezza intrinseca di una donna che cerca l’empatia, la risorsa per confrontarsi con il mondo. Rispetto a molti altri androidi, incapaci di vedersi come prodotti, Maeve è consapevole del fatto che la propria personalità è stata disegnata da qualcuno, ma decide di non cambiare la propria natura.

Ford è il personaggio che non evolve, poiché il suo percorso era concluso. Ciò che resta è la sua eredità; il libero arbitrio in dono per i suoi figli.

Infine c’è Bernard che, nonostante sia il risultato dei ricordi di Ford e Dolores, forse è il personaggio che, più di ogni altro lavora su di sé. Questo avviene perché i ricordi di Ford sono umani e imprecisi, mentre quelli di Dolores sono più dettagliati.

Bernard è l’unico a dover giocare due ruoli: da un lato il lavoro con Dolores per renderla umana, dall’altro Dolores che lavora con lui per lo stesso scopo, in una sorta di doppia terapia, nella quale egli non può scegliere se seguirli o meno. E’ qui che entra in campo il dubbio sulla possibilità di un libero arbitrio, mentre l’interiorizzazione diventa il processo con il quale gli insegnamenti degli adulti importanti acquistano una rappresentazione mentale, entrando definitivamente a costituire la summa dei contenuti psichici.

Una rappresentazione avveniristica e anche sentimentalmente apocalittica di un mondo possibile, dove le forme di vita non hanno più un ruolo predefinito, né una reale certezza, ma comprendono la necessità di convivere e lavorare con la propria natura interiore, perché la natura che li circonda dipende anche da loro.

Trailer WestWorld

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