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Differentemente da quanto successo con Dallas Buyers Club, il nuovo film di JeanMarc Vallée, è stato vittima di una pressoché assente pubblicità. Pochi, infatti, erano realmente a conoscenza non solo del fatto che il film sarebbe uscito questa settimana nelle sale nostrane, ma anche, e soprattutto, che esso fosse diretto da quello stesso regista che l’anno scorso ha fatto commuovere un’ampia fetta della popolazione mondiale.

Ciononostante, la pellicola è stata mal distribuita solo in Italia. Negli USA, infatti, essa è in circolazione già da quasi un anno ed ha inoltre ricevuto particolari attenzioni ai Golden Globes e agli Oscar per mezzo di un’importante nomination a Reese Whiterspoon come miglior attrice protagonista.

Fatto sta che l’instancabile JeanMarc Vallée, forte, anzi fortissimo, del successo ottenuto dalla sua precedente opera, che, per quanto al sottoscritto non abbia fatto gridare al capolavoro, è stata quasi universalmente riconosciuta come una delle migliori pellicole dell’anno solare appena trascorso, torna sul grande schermo con un film altrettanto importante e ambizioso: Wild.

Come in Dallas Buyers Club, anche in Wild il maggior merito va necessariamente dato, prima che al regista, ai suoi attori, capaci, con le loro incredibili interpretazioni, di impossessarsi della piena attenzione dello spettatore, quasi inibito dinanzi a siffatte doti artistiche e recitative. Come McConaughey e Leto erano riusciti a emozionare e commuovere il pubblico, così la Whiterspoon e la Dern, attrici dotate di una ferina, selvaggia e vitale bellezza, scatenano una tempesta emotiva negli animi degli spettatori più sensibili.

Ciò detto, Wild e Dallas Buyers Club divergono in molti aspetti, benché l’essenza basale delle due storie narrate sia la medesima: un’umana catarsi da radicali ed estreme tragedie esistenziali. Con tale accostamento, piuttosto autoreferenziale, di termini aulici, intendo dire che alla base di entrambi i film del regista canadese vi è un forte sentimento di riscatto dei protagonisti dalla loro drammatica esistenza quotidiana. In Dallas Buyers Club si trattava di una malattia mortale come l’AIDS, in Wild, invece, di un triste passato dal quale la protagonista deve liberarsi e purificarsi.

Difatti, il nuovo film di Vallèe non è altro che una parabola della vita di Cheryl Strayed (Whiterspoon), sceneggiata dallo scrittore inglese Nick Hornby sulla base del libro di memorie proprio di Strayed. Sarebbe davvero riduttivo etichettare Wild come un “film sull’escursionismo”, dal momento che l’escursionismo funge da mera cornice al quadro molto più profondo e simbolico della vita. Esso è piuttosto un film sul riscatto, sul cambiamento, sulla catarsi di una donna profondamente segnata dal proprio burrascoso passato attraverso la purezza, la semplicità e la complice solitudine della natura, selvaggia, inesorabile, ma preziosissima, come la vita.

La morte della madre (Dern), il divorzio col marito dopo sette anni di matrimonio, suggellati da un tatuaggio sul braccio sinistro di entrambi, i rapporti sessuali occasionali, l’esperienza dell’eroina e un aborto spingono Cheryl a intraprendere il Pacific Crest Trail (PCT), il cui lungo percorso, i cui spiacevoli e piacevoli imprevisti lo rendono metafora del viaggio esistenziale di ogni essere umano. Passo dopo passo, attraverso citazioni letterarie e musicali, attraverso diverse tipologie di persone e, soprattutto, attraverso l’eterogeneità della natura, questa donna riuscirà finalmente a uscire da quell’oscuro tunnel di tragica sofferenza, solitudine e dolore in cui era intrappolata e a riuscire a rivedere le stelle.

Wild, come il quasi omonimo Into the Wild, è un film molto intimo che, pur affrontando tematiche piuttosto usuali nel mondo dell’arte, non scade mai in un banale patetismo e, anzi, riesce a donare ai suoi più appassionati spettatori una grande lezione di vita, una lezione sul coraggio, sulla rinascita e sulla forza del mondo naturale, sul cui sfondo si realizza ed esplica la rifioritura introspettiva e, appunto, intima dell’uomo.

“Dopo essermi persa nella giungla del mio dolore, ho trovato la strada per uscire dal bosco. Grazie per tutto ciò che il percorso mi aveva insegnato e tutto ciò che non potevo ancora sapere. Come ogni cosa, la mia vita, come tutte le vite, è misteriosa, irrevocabile e sacra. Così intima, così presente, che mi appartiene così tanto. Era così selvaggia da lasciare così.”

Cheryl Strayed

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Wild
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