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made_in_italyLoro piana. Krizia. Scotti. Chianti. Valentino. Parmalat. Peroni. Buitoni. Cos’hanno in comune questi marchi? Sono italiani. Anzi, lo erano. Sono solo alcuni dei grandi marchi italiani famosi in tutto il mondo per i loro prodotti. Sono presenti case produttrici di pasta, di moda, di vino e birra, di latte e formaggi.

Questi marchi hanno deciso di vendere al miglior offerente, per far fronte alla crisi economica che sta mettendo in ginocchio molti Paesi dell’Europa da ormai sette anni.

In seguito a queste cessioni, si può ancora parlare di Made in Italy?

Difficile a dirsi. Nonostante le fabbriche rimangano in territorio italiano, i profitti e il controllo centrale è straniero. Prendiamo come esempio Valentino, colosso della moda italiana, comprato da uno sceicco del Qatar. Possiamo dire che un completo firmato Valentino è ancora un raro capolavoro italiano? La risposta? “Ni”. I seguaci fan di Valentino vedrebbero lo stesso stile del vecchio brand italiano, nonostante sia oggi controllato da uno sceicco a migliaia di chilometri di distanza dal Belpaese.

È uscito dall’Italia anche il famoso riso che non scuoce, Scotti. Il rinomato brand ha però deciso di rimanere all’interno dell’Eurozona, fermandosi in Spagna. Un salto ha invece compiuto il Chianti, bramato anche da Hannibal Lecter nel celebre film “Il Silenzio degli Innocenti”, il quale è sbarcato addirittura in Cina.

La Cina è lo Stato che ha acquistato molte delle industrie del Made in Italy, come la casa di moda Krizia e l’olio d’oliva. Quest’ultimo ha potuto diventare cinese attraverso l’acquisto della maggioranza di Salov, la quale controlla Sagra e Berio. La trattativa si è conclusa per un totale di trecentotrenta milioni di euro, pagato da Bright Food, società cinese controllata dallo Stato.

Certe volte, le acquisizioni straniere sono come una manna dal cielo, come lo è stato per Haier, una casa produttrice di elettrodomestici. La Haier stava per fallire, ma poco prima di dover dichiarare il fallimento e chiudere gli stabilimenti, lasciando a casa migliaia di lavoratori, sono intervenuti degli investitori cinesi, i quali hanno risollevato il buon nome della società, salvando anche il posto agli operai impiegati. Ora, se andate in un qualsiasi negozio di elettrodomestici, troverete almeno un frigorifero con questo marchio italo-cinese.

In tempo di crisi, la vendita a compagnie estere sembra l’unica soluzione per non fallire, come è avvenuto per Telecom all’inizio di quest’anno. Per quanto riguarda la società di telefonia fissa leader nella penisola italiana, la trattativa con gli spagnoli era iniziata cinque anni fa, portata poi avanti dal Governo Letta, il quale ha concluso l’affare, passando poi a Renzi la parte finale. L’intervento dello Stato è necessario quando si sta tentando di risanare il debito pubblico, proponendo una partecipazione finanziaria a dei privati, siano questi italiani o esteri. Stessa cosa per Alitalia, la società di trasporto aereo, la quale è stata acquistata ad aprile da Ethiad, società degli Emirati Arabi, che ha dato un po’ di respiro ai conti pubblici e quelli controllati dalla società stessa.

Anche Buitoni ha deciso di lasciare, vendendo la società alla Svizzera, mentre la birra Peroni ha lasciato il controllo al Sud Africa. I marchi italiani, quindi, si concedono al miglior offerente, rialzandosi dalle innumerevoli tasse, dai debiti con i fornitori e dallo Stato che non paga.

Nella top cento dei migliori brand, al primo posto ci sono gli Stati Uniti d’America, che occupano ben cinquantatre posizioni, più della metà. Il Giappone arriva solo a sette. Per quanto riguarda l’Europa, invece, solamente la Germania supera la decina, mentre la Gran Bretagna arriva a cinque e l’Italia solo a due. Le due italiane fortunate sono Prada, con sei miliardi di fatturato, e Gucci, che arriva ai dieci miliardi. Ai primi posti si trovano Google, che supera i cento miliardi, seguito dagli ottantuno miliardi di Coca Cola e dai quattordici di Facebook, mentre l’irlandese Amazon si stabilisce a una discreta posizione, con ventisei miliardi di fatturato.

Tornando in Italia, bisogna ammettere che la Germania si sta dando molto da fare, mostrandosi molto interessata alle società del Made in Italy.

La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dato ordine ai suoi economisti di puntare sulle maggiori compagnie per la quale l’Italia è famosa. Dove si può, in effetti, trovare la potenza e lo stile di una Lamborghini? O chi altri eguaglia il lusso di Bulgari?

Fino a qualche anno fa, nessuno.

Oggi, invece, i marchi sopra citati e molti altri sono nelle mani dei tedeschi. Coma mai?

Non è mistero; si trovano di fronte a due strade: la prima prevede l’avvio di nuove industrie, in territorio tedesco, che inizino a studiare i prodotti del Made in Italy per copiarli di sana pianta, come hanno fatto i cinesi proponendo sul mercato prodotti d’imitazione ma molto simili agli originali, a un costo drasticamente più basso. Oppure, altra scelta, è l’acquisizione delle stesse società, portando avanti il buon nome del marchio e ricavandone un buon profitto, sicuramente più alto del costo complessivo che si è dovuto impiegare per la compravendita.

Ed è così che la Germania, unica in questo periodo a non soffrire la crisi economica, dall’inizio di quest’anno ha avviato e concluso una trattativa per l’acquisto di diciotto imprese italiane, tra cui l’Happy Fit di Treviso, la Clay Paky di Bergamo, la EGS del bolognese e la multinazionale Wika.

Attraverso queste acquisizioni, lo Stato tedesco ha lasciato all’Italia sei miliardi di euro. Ma la strategia tedesca non è da sottovalutare: perchè non si precipita sulle più grandi società, con qualche problema economico, come ha fatto la Francia? Il Paese di Zidane e delle baguette ha acquistato negli anni passati Parmalat, Galbani, Pomellato e molti altri per un totale di quarantacinque miliardi di euro.

Cos’hanno di diverso i tipi di società acquistati dai due Paesi europei?

made in italy
By www.GlynLowe.com from Hamburg, Germany [CC-BY-2.0], via Wikimedia Commons
Parigi acquista grandi società che però si possono trovare anche in altri paesi: una società specializzata in latte e formaggi è possibile trovarla anche in Belgio, stessa cosa per una compagnia che fornisce energia elettrica come può essere Edison. Berlino, invece, punta a prodotti che non ha eguali al mondo. Sono centocinquantadue le imprese italiane che contano almeno un azionista tedesco, distribuiti in tutte le piccole e medie imprese dal Nord al Sud, da Aosta a Firenze, passando per Roma e giù fino a Catanzaro, senza dimenticare le due isole maggiori.

Ma la Germania si mostra una benefattrice, concedendo prestiti alle imprese, a differenza delle banche italiane, le quali sono spaventate dalla prospettiva che non rivedranno più i soldi del finanziamento.

Bisogna però avere molta cautela, e andare avanti con i piedi piombo, perchè il complotto per gettare fango su qualcuno che vuole lasciar in vita una storica società ottenendo un vantaggio è sempre dietro l’angolo. Ne è un esempio la Lega Nord, che utilizza come un’arma la strategia espansionistica della Germania, definendo l’occhio per gli affari una vera e propria invasione.

Sogni di complotti a parte, la situazione può infine essere vista da due punti diversi, che ognuno di noi può condividere o meno: una vede la Germania di Angela Merkel si impadronisce delle società famose nel mondo per prodotti di prestigio, onore dell’Italia, e quindi del Made in Italy, che pian piano scomparirà, facendo nel lungo periodo diventare un prodotto altolocato in un semplice bene come un altro. La seconda ottica mostra invece un doppio vantaggio, uno per la Germania e uno per il Made in Italy: l’azionista tedesco porta a casa proprio un profitto per il lavoro che svolge nel controllo della società italiana, ma comunque mantenendo vivo un marchio prestigioso di origine italiana e che tale rimarrà.

di Alessandro Bovo