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Speciale: Hayao Miyazaki, il maestro del Sol Levante

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Hayao Miyazaki

La carriera e i progetti del più grande regista d’animazione giapponese

Lo chiamano il Walt Disney del Sol Levante. Ma lui, Hayao Miyazaki, è ben consapevole delle enormi differenze con il più grande cartoonist americano.

Innanzi tutto, niente matrimonio. Nonostante i protagonisti dei film di Miyazaki siano soprattutto adolescenti appena sbocciati, il matrimonio non rappresenta il momento catartico, quel lieto fine che nei film della Disney è pressoché obbligatorio. E proprio in quanto femmine, ecco la seconda differenza: è la difficoltà a dover fare qualcosa di grande, l’obbligo di affrontare paure ed emozioni che un personaggio maschile saprebbe controllare con maggiore efficacia. Non accade alle principesse Disney, spesso supportate da una controparte maschile.

Eppure, l’esordio di Miyazaki, Lupin III – Il castello di Cagliostro (1979), vede protagonista nientemeno che il simpatico ladro gentiluomo, famoso soprattutto per l’omonima serie TV, di cui lo stesso Miyazaki aveva diretto alcuni episodi. Dopo questa breve parentesi, ecco che la poetica e i temi del regista giapponese iniziano a delinearsi.

Il primo film di grande respiro è Nausicaa della Valle del Vento (1984), ricomparso in Italia nel 2015 con un nuovo doppiaggio e capace di aprire la grande produzione dello Studio Ghibli – nonostante la casa di distribuzione fosse la Toei – che Miyazaki fondò con Isao Takahata.

Primo tema fondamentale: l’infanzia. È un grande elemento in comune con la poetica disneyana, il corrispettivo americano, per quanto le differenze siano molte. L’infanzia, secondo Miyazaki, è una perduta età dell’oro in cui i bambini rappresentano il riscatto. Questo traspare in tutta la produzione dello Studio Ghibli, soprattutto in Una tomba per le lucciole (1988), diretto dal socio di Miyazaki, Takahata, capace di esprimere, forse, come nessun altro film la sofferenza dei bambini per i crimini e i mali dell’umanità.

Questo conduce al secondo tema: il pacifismo. Nausicaa, non a caso, è un film post-apocalittico, in cui una guerra (i cosiddetti Sette Giorni di Fuoco) tra due regni rivali ha devastato la Valle del Vento. La conseguenza è stata la distruzione di un intero ecosistema e la nascita di una giungla tossica, il Mare della Putrefazione, abitata da giganteschi insetti, gli Ohm, con cui la principessa Nausicaa è in grado di comunicare. Si tratta di mostruosità aberranti dotate, però, di grande sensibilità, per le quali Nausicaa diventa un vero e proprio scudo: perché l’Impero di Tolmechia intende cancellare la foresta una volta per tutte. E Nausicaa si oppone a questo folle progetto, anche a rischio della vita.

Su ben altro versante è orientato il film successivo, Laputa – Il castello nel cielo (1986), in qualche modo ripreso circa vent’anni dopo nel Castello errante di Howl (2004) e caratterizzato da un clima molto più avventuroso rispetto al cupo Nausicaa. Questo conduce all’altro tema fondamentale dei film di Miyazaki: gli aerei, nella fattispecie il volo.

castello errante di howlLo stesso Miyazaki, nel documentario The Kingdom of Dreams and Madness (2013), disse: «Amavo gli aerei perché erano delle macchine incredibili, ma la velocità e l’altezza del volo – queste erano cose che capivo subito, da bambino. Penso che un sacco di persone abbiano fatto i miei stessi sogni».

Non più castelli volanti ma aerei veri e propri ritornano in Porco Rosso (1992) e nel più recente Si alza il vento (2013), quello che sarebbe dovuto diventare l’ultimo film di Miyazaki: perché realizzare un anime è un duro lavoro, capace di offrire certo risultati soddisfacenti, ma estremamente logorante. Miyazaki, d’altronde, è un perfezionista, un grande lavoratore: il suo lavoro inizia alle 11 del mattino e termina alle 21. Ogni dettaglio esige la cura più particolare.

Mentre lui scrive gli storyboard, il suo staff inizia la produzione dai suoi schizzi. E Si alza il vento è forse il più autobiografico tra tutti i film di Miyazaki, un film talmente pregnante di significato da portarlo alle lacrime dopo averne vista l’anteprima. Perché nel piccolo Jiro Horikoshi, protagonista del film, Miyazaki non può che rivedere se stesso: un ragazzino miope che può limitarsi a progettare gli aerei, senza però poterli mai pilotare. Katsuij Miyazaki, padre del regista, gestiva, non a caso, una compagnia chiamata Miyazaki Airplane, che produceva alette di coda per aerei da combattimento giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

principessa mononoke«Amavo gli aerei perché erano delle macchine incredibili», ha detto Miyazaki in The Kingdom of Dreams and Madness, – la velocità e l’altezza del volo – queste erano cose che capivo subito, da bambino. Penso che un sacco di persone abbiano fatto i miei stessi sogni.»

Il capolavoro assoluto di Miyazaki resta, però, La città incantata (2001), acclamato tanto dal pubblico quanto dalla critica, capace, da un lato, di superare Titanic ai box-office giapponesi, dall’altro di vincere l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 2002 e l’Oscar per il miglior film d’animazione nel 2003, caso unico per un anime.

Si tratta di una sorta di rilettura di Alice, con la piccola Chihiro che, invece di infilarsi nella tana del Bianconiglio, si ritrova in una città abitata da spiriti e guidata dalla perfida strega Yabuba, per la quale Chihiro è costretta a lavorare. Ricco di simbolismi e di richiami alla tradizione giapponese, La città incantata è l’esempio supremo della grande qualità dello Studio Ghibli: qualità che non riguarda soltanto la definitezza e il realismo delle immagini ma anche l’espressività e la caratterizzazione di tutti i personaggi del film, su tutti Chihiro, che, pur essendo soltanto un personaggio di carta, avrebbe meritato l’Oscar come miglior attrice protagonista.

Ancora sul fantastico sono orientati Il mio vicino Totoro (1988) e Ponyo sulla scogliera (2008): nel primo, l’incontro di due sorelle con Totoro, uno strano animale simile a un orso e a un procione, è il principio per riprendere uno dei temi cari a Miyazaki, l’ambientalismo, già trattato in Nausicaa e in un altro grande successo come Princess Mononoke (1997); Ponyo ha invece più i connotati di una fiaba, anche se il tocco magico di Miyazaki non manca mai.

Nel 2013, dunque, in occasione della presentazione di Si alza il vento al Festival di Venezia, Miyazaki aveva annunciato il suo ritiro. Non era la prima volta, comunque, che Miyazaki pensava di appendere la matita al chiodo: già dopo un altro suo grande successo, Princess Mononoke (1997), aveva pensato di godersi la vecchiaia in totale serenità, priva dei ritmi stressanti di uno studio d’animazione. E oltretutto, restare dietro le quinte avrebbe permesso ad altri talenti del cinema d’animazione giapponese, tra cui suo nipote Toshio Suzuki, di affermarsi come suoi eredi.

studio ghibliEppure, dopo Si alza il vento, Miyazaki si è dedicato a un cortometraggio, Boro il Bruco, realizzato al computer e raccontato in un nuovo documentario, Never-Ending Man (2016) di Kaku Arakawa, proiettato al Lucca Comics & Games il 7 novembre 2017.

Se in The Kingdom of Dreams and Madness è emerso il carattere burbero e contraddittorio di Miyazaki, uno che nei suoi film ha messo in scena sempre personaggi molto fragili, ecco che, in Never-Ending Man, Miyazaki mostra quelli che sono i suoi dubbi e le sue inquietudini da regista. Una di queste è il passaggio al digitale. Miyazaki, in tal senso, pare piuttosto scettico, convinto che la computer grafica non possa trascendere un disegno fatto a mano. E interamente a mano era stato, non a caso, anche l’ultimo film di Takahata, La storia della principessa splendente (2014), un vero e proprio libro illustrato in perenne movimento, tanto retrò quanto innovativo, capace, con il suo tratto sottile, quasi indefinito, di donare un maggiore realismo alle immagini nonché una straordinaria forza visiva. Otto anni di lavorazione, il testamento di un grande maestro del cinema d’animazione.

L’arte, insomma, secondo la poetica dello Studio Ghibli, è un lavoro manuale, un atto faticoso a opera dell’uomo, non dei suoi surrogati. E se dunque Takahata era capace di restare dietro le quinte, Miyazaki vive della propria arte e quando inizia un nuovo progetto si immerge soltanto su di esso finché non lo porta a termine.

Ad ogni modo, Miyazaki realizzerà quello che sarà, probabilmente, il suo ultimo film. Lo ha dichiarato nel 2017 in occasione dell’apertura del Natsume Soseki Memorial Museum (Waseda University di Tokyo). Per ora si sa che il titolo sarà How do you Guys live? (in italiano, Come vivi?) e che si ispira a un libro del 1937 di Genzaburo Yoshino.

Ma per i fan è ancora presto: ci vorrà almeno un altro anno, con l’uscita del film prevista quindi nel 2019. Quello che possono fare, per il momento, è accontentarsi di Mary e il fiore della strega, primo film del nuovo Studio Ponoc, comprendente parte dello staff dello Studio Ghibli.

Gli eredi di Miyazaki, insomma, sono pronti per decollare. Forse non saranno mai come il maestro Miyazaki ma sono, probabilmente, sulla buona strada.

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