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Speciale “I Finali”: Dulcis in fundo

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Dulcis in fundo.

Il finale, quello vero, è il coronamento di un’opera, il punto verso cui tutto ciò che è stato detto o fatto in precedenza si trova a convergere.

Le scuole di pensiero riguardo la costruzione di un finale sono molteplici: da un lato c’è chi sostiene che l’ideazione del finale debba essere uno dei primi passi da compiere in un processo creativo, immediatamente dopo l’ideazione dei personaggi e della vicenda che si va a raccontare, dall’altro ci sono i sostenitori delle storie che si completano da sé.

Probabilmente il finale ideale nasce da una terza via, da una pianificazione fatta a priori e modellata poco per volta, il tutto senza chiudere la porta a stravolgimenti che nascono spesso da questioni che poco hanno a che fare con la volontà degli sceneggiatori. Questa eventualità, che in ambito letterario può sembrare di difficile realizzazione, appare molto più probabile quando si parla di una saga cinematografica o di una serie televisiva.

Un esempio è quello di Lost, la celebre serie televisiva creata da J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber. Nella seconda stagione vennero introdotti una serie di nuovi personaggi tra cui Mr. Eko (Adewale Akinnuoye-Agbaje), Libby Smith (Cynthia Watros) e Michelle Rodriguez (Ana-Lucia Cortez, nota per i ruoli in Fast and Furious e Avatar oltre che prossima ad apparire in Machete Kills). Malgrado i piani degli autori, il futuro dei personaggi all’interno della serie venne condizionato da vicende per così dire “aliene” rispetto alla fase creativa. Nel primo caso, l’attore che interpretava Mr. Eko manifestò insofferenza verso la prospettiva di vivere alle Hawaii, luogo in cui si tenevano le riprese del drama. Le altre due attrici furono arrestate durante il periodo delle riprese per guida in stato di ebrezza. L’arresto fu, secondo voci di corridoio, motivo alla base del prematuro licenziamento delle due (con conseguente morte dei loro personaggi, sorte analoga a quella toccata a Mr. Eko).

Queste sopravvenienze finiscono per sconvolgere i piani degli sceneggiatori e necessitano di impegno e bravura per essere superate. Mr Eko, sostenne Damon Lindelof, doveva avere un ruolo importante in quattro delle sei stagioni complessive della serie. La scelta dell’attore di chiamarsi fuori dalla produzione non lo rese possibile e Lindelof e compagnia dovettero correre ai ripari.

Un altro notevole problema è la coerenza: anche qui, Lost viene in aiuto di chi scrive. Quella che è indubbiamente una delle serie più celebrate e premiate dello scorso decennio venne criticata da molti in quanto, con lo scorrere degli episodi, perse quell’identità che nelle prime stagioni rapì letteralmente milioni di spettatori in tutto il mondo.

Nelle prime stagioni la serie si caratterizzava per i molti e affascinanti misteri (come non citare il cavo in mezzo all’oceano, i numeri e la botola?) e per una marcata componente fantascientifica. Più ci si avvicinò al finale, però, più la scienza lasciò spazio alla religione e al mistico, elementi incarnati in particolar modo dai personaggi di Jacob (interpretato da Mark Pellegrino) e della sua nemesi (l’Uomo in Nero Titus Welliver). La “deriva”, se così si può definire, ha scontentato molti fan e ha portato molti di essi a dire che Lost in realtà è finito con la terza stagione.

Di recente (rispettivamente il 22 e il 29 Settembre), due delle più note serie del panorama mondiale sono giunte alla propria conclusione: Dexter, dopo 8 stagioni, e Breaking Bad durato “soltanto” 5 annate.

Due serie diverse, entrambe in grado di catturare a loro modo i fan. La prima ha avuto un finale di quelli aperti, dove malgrado si chiuda un cerchio, l’amaro in bocca è terribilmente presente. Non il migliore dei finali possibili, forse, ma pur sempre in grado di coinvolgere ed emozionare.

Per Breaking Bad, invece… per Breaking Bad il discorso è diametralmente opposto. Già in passato si è parlato dell’evoluzione di Walter White, da professore liceale a badass (bastardo) in grado di sfidare i signori della droga. Possiamo dire che gli sceneggiatori di Breaking Bad hanno regalato alla miglior drama del 2013 non un solo finale, ma tre puntate (“Ozymandias”, “Granite States” e “Felina”) dopo le quali allo spettatore non c’è davvero più nulla da offrire. Un lavoro eccellente, un ultimo passo verso la costruzione di una storia in cui nulla (ed è davvero il caso di sottolineare il nulla in riferimento al “motto” di Lost qualche anno addietro) è lasciato al caso e in cui gli sceneggiatori, senza tradire i fan, hanno comunque avuto la forza di chiudere la porta a un happy ending che avrebbe certamente stonato col resto.

Il finale di Breaking Bad è stato talmente ben accolto dagli spettatori che molti di loro, sfruttando twitter, hanno lanciato qualche frecciatina a Damon Lindelof: «Visto?», hanno chiesto all’autore di Lost maggiormente indiziato per la “deriva” della serie. «È così che si conclude una serie!».

Lindelof ha accettato la critica, da bravo fan di Breaking Bad e da uomo umile qual è. Ma si è anche difeso, questa la conclusione della sua lettera pubblicata su The Hollywood Reporter:

«I standby the Lost finale. It’s the story that we wanted to tell, and we told it. No excuses. No apologies. I look back on it as fondly as I look back on the process of writing the whole show. And while I’ll always care what you think, I can’t be a slave to it anymore. Here’s why:

I did it for me. I liked it. I was good at it. And I was really … I was alive.»

L’ultima frase potrebbe/dovrebbe ricordarvi qualcosa.

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