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Oscar: The Shape of water e la forza misteriosa di un amore senza confini terreni

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The Shape of Water
The Shape of Water

E’ ancora notte fonda qui in Italia, quando dall’altra parte del mondo, a Los Angeles, si attua la consueta e mondiale consacrazione del culto dell’immaginario. Un tempio dell’arte, del fascino, nutrito di esibizionismo che si rigenera sempre dai suoi vetusti canoni e che vede in quella fatidica statuetta d’oro, la consacrazione del proprio nome tra le stelle del mondo terreno.

Reale o fantastico che sia, anche quest’anno è la fantasia nella realtà a trionfare: tale successo porta il nome di Guillelmo Del Toro, vincitore di ben quattro Grammy Awards, per il suo capolavoro; The Shape of Water.

Non sarebbe scontato raccontare una storia d’amore, ambientata negli anni della Guerra Fredda. Ma il dilemma shakspaeriano di questa storia si carica di fantasia e immaginazione, nel momento in cui i protagonisti non appartengono alla stessa specie.

Non si tratta neanche di perversione, né provocazione, ma semplicemente di uno sguardo che volge oltre la prospettiva umana e terrena dei sentimenti nel mettere in scena le passioni tra una donna affetta da mutismo e un mostro marino

La fanciulla, che ha subito la recessione delle corde vocali, da bambina, è addetta alle pulizie in un laboratorio governativo dove vengono effettuati esperimenti, in piena Guerra Fredda. La sua vita s’incrocia con quella di una creatura anfibia dall’aspetto umanoide, portata in questo laboratorio, dopo essere stata catturata in Amazzonia dove gli indigeni locali la veneravano come un Dio.

Con The Shape of Water, il regista messicano racconta una storia irreale, ma sincera; oscura, ma passionale; ambigua come l’America dei primi anni Sessanta.

Un film carico di luce, nonostante abbia i colori del fondale marino, ma soprattutto carico di riferimenti ai classici immortali; da La Bella e la Bestia, a B-Movie di culto come Il Mostro della Laguna Nera.

Attraverso una curiosa giustapposizione di luci e ombre fisiche e spirituali, Guillermo Del Toro riesce a trovare la sua personale quadratura del cerchio tra estetica e dramma, fantasia e morale.

Dopo 13 candidature agli Oscar, una premiazione al Festival del Cinema di Venezia e 3 BAFTA, The Shape of Water si è aggiudicato 4 statuette: miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura e migliore colonna sonora originale.

Uno degli intenti di The Shape of Water è presentare al mondo un nuovo modo di unire realtà e immaginazione, grazie a una ormai consolidata scena di registi messicani, che prima con Inarritu e ora con lui, sta veicolando un nuovo, spregiudicato e coraggioso linguaggio nell’arte visiva e nella narrazione: un modello che guarda a Spielberg e Sirk, per rivolgersi ai giovani cineasti «perché credano, dice lo stesso Del Toro, che con il fantasy si può raccontare la realtà».

Una favola adulta, carica di passione spirituale e carnale, che omaggiando i grandi messaggi dell’arte, lancia un messaggio di tolleranza e di amore, capace di farsi anche discorso politico senza mai diventare per questo pedante o retorico.

Una simbiosi tra mondo terreno e mistero, trasgressione spirituale e celebrazione della volontà, capace di restituire al mondo lo stupore infantile che ha perduto.

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