Home Il film cult della settimana

Recensione: I ponti di Madison County

2795
i ponti di madison country recensione

Il film cult che vi voglio presentare questa settimana non è proprio un cult in senso stretto quanto nel suo genere. È un film sentimentale di qualche anno fa diretto da un grande regista.

Carolyn e Michael, figli di Francesca, casalinga italoamericana, scopriranno dal notaio, dopo la morte di questa, che la madre voleva essere cremata e che le ceneri dovranno essere sparse da un ponte di Madison County. Ma soprattutto che la donna aveva avuto una relazione di quattro giorni nel 1965 – quando era quarantacinquenne – con il fotografo del National Geographic Robert Kincaid (Eastwood), passato in quelle zone (Iowa) proprio per un servizio fotografico sui ponti. La loro breve storia – conclusasi bruscamente per salvaguardare la famiglia e loro due ancora adolescenti – influenzerà tutta la sua vita. Dopo il primo momento di smarrimento, accetteranno il volere della madre e capiranno le sue ragioni.

Ovviamente il titolo, anticipato nella trama, è I ponti di Madison County di Clint Eastwood del 1995. Diventato più famoso rispetto al romanzo omonimo di Robert James Waller da cui è tratto, vanta due protagonisti eccezionali: Clint Eastwood per l’appunto e Meryl Streep.

Perché deve essere considerato un cult? Innanzitutto per la delicatezza nell’affrontare una vicenda così smaccatamente sdolcinata in modo così tenero e leggero, facendo entrare lo spettatore in punta di piedi. Sono presenti scene melense (erano inevitabili) ma c’è una sorta di timidezza, come quasi a non voler invadere l’intimità dei due protagonisti. Seconda cosa, precisamente, Meryl Streep e Clint Eastwood che dimostrano fin dalle prime scene insieme di avere chimica (e le inquadrature aiutano) oltre che ad essere grandi attori (se lo si guarda oggi però ci si rende conto che la recitazione della Streep è un po’ caricata, la gestualità è ripetitiva – e sempre la solita da anni in effetti –, fa largo uso di smorfie e sguardi vacui che potrebbero irritare. Detto ciò, in alcune scene è magistrale). Poi l’ambientazione rurale americana anni ’60 rende ancora più magica l’atmosfera così vecchio stile. Le canzoni e la musica jazz completano il quadro.

Altra caratteristica per la quale I ponti di Madison County può essere annoverato tra i classiconi anni ’90: alcune scene memorabili. Senza anticipare nulla a chi non l’ha mai visto, quella di Robert sotto la pioggia che guarda con aria interrogativa e poi con tenerezza lei che è nel furgone e quella di Francesca che afferra la maniglia (nuovamente del furgone), rimangono impressi per la resa drammatica, emozionale e stilistica.

Ma già il titolo richiama tutto un immaginario. Basta quello.
E come rimanere indifferenti alla vicenda di due persone che si amano loro malgrado e non potranno vivere mai un vero rapporto per colpa del periodo, del luogo, dell’educazione e del rigore morale? È una delle storie d’amore e di rimpianti più belle che siano mai state girate, che piace probabilmente più ad un pubblico femminile e sicuramente non è un film per ragazzini, ma è consigliato a tutti gli amanti del bel cinema. Questo perché ha una sua dignità e lo sguardo appassionato ma al contempo tenero di Eastwood dietro la macchina da presa dimostra tutta la sua sensibilità. Va a fondo, scava rimanendo comunque leggera e di ampio respiro, facendo sentire lo spettatore parte attiva della vicenda: non soltanto nella storia ma anche dentro gli ambienti nei quali si svolge. Anche come attore si è messo in gioco, prendendo parte ad un ruolo inconsueto per lui, con credibilità.

È una pellicola sulle scelte. Il linguaggio non verbale (i gesti ampi o timidi), gli sguardi ma anche i dialoghi raccontano tutta la voglia dei protagonisti di trasgredire, di lottare per un briciolo di felicità, contro le regole del perbenismo, come si era detto più sopra.

Curiosità: avrebbe dovuto essere diretto da un altro ma la sceneggiatura non troppo fedele al libro e la ricerca di un altro sceneggiatore per aggiustarla aveva fatto desistere il primo regista incaricato (con il quale gli attori avevano già girato alcune scene). Il posto fu ceduto poi, in maniera naturale, dallo stesso Clint Eastwood che riprese lo spirito e la direzione del romanzo e fece addirittura risparmiare nel budget e ci mise soltanto trentotto giorni a girare (quasi sempre riusciva ad avere “buona la prima”). Nella versione originale Meryl Streep parla con accento italoamericano.

Non l’avete mai visto? Recuperatelo. Questo è un buon Clint d’annata!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here