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L’Atelier: uno sguardo su come i giovani vedono il passato e il presente

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Atelier

Un’ estate all’insegna della scoperta, per un gruppo di ragazzi, la cui unica affinità è di essere appartenenti ad una realtà di periferia; un confine sociale con il proprio tempo.

Il regista Laurent Cantet ci ha abituato a tale contesto; La Classe, vincitore della Palma d’oro a Cannes, nel 2008, ripercorre proprio la vita delle periferie e i suoi figli dimenticati.

Ed è questo che lo ha spinto a formare un nuovo collettivo di ragazzi, che scrivesse assieme, passo dopo passo una sceneggiatura condivisa, capace di ricreare la propria realtà. Nasce così L’Atelier; ovvero il racconto di un’estate, nel quale un gruppo di ragazzi provenienti dalle periferie di Marsiglia e Tolone, partecipa ad un workshop, finalizzato alla realizzazione di un thriller, guidati da Olivia Déjazet, una scrittrice di successo, interpretata da Marina Fois.

Una dimensione ambientale che ha gli occhi del passato, quando vi era una realtà industriale fiorente, perfettamente in sintonia con gli scorci mediterranei della Costa Azzurra.

I ragazzi di questa realtà però non conoscono la dimensione turistica del luogo, ma piuttosto quella operaia dei cantieri e delle lotte sindacali e in questo disegno trovano il modo di raccontare il loro mondo in una sorta di romanzo giallo; una catarsi dalla violenza che è la miseria che li circonda.

E’ proprio la violenza a intessere la trama del racconto, non proprio nell’azione, bensì nella dimensione del gruppo; di uno in particolare Antoine, la scrittrice inizia a interessarsi ad Antoine, attaccabrighe, tendente a provocare e a scontrarsi frontalmente con i compagni neri e di origine maghrebina.

La scrittrice sembra molto incuriosita da lui e vuole conoscere i processi mentali, che spingono un giovane come Antoine a veicolare la sua paura di confronto, mostrando al tempo stesso diffidenza e attrazione  ai confini della morbosità.

Così tra dinamiche controverse dove traspare anche una profonda riflessione su cosa spinge molti giovani di quelle periferie a combattere contro la loro stessa società, scardinando le idee con le quali sono stati fatti crescere. Ciò che traspare è la ricerca di un senso ad un mondo privo di ideologie e fede, dove tutto sembra spingere l’individuo ai confini della legalità.

Non è neanche una scelta dovuta all’esclusione sociale, a una condizione economica disperata.

L’atelier pone uno sguardo diverso sull’esclusione sociale e sulla precarietà dei popoli, mettendo in primo piano il bisogno di conoscenza. Il film può essere considerato un metro di confronto per comprendere quanto il passato abbia realmente senso per i giovani.

Laurent Cantet batte il chiodo sulle rovine intellettuali e spirituali  di una Francia post ideologica, che cerca di scavare nel vissuto quotidiano, la semplicità di ragazzi che dovrebbero essere simili a molti altri, stimolando un metodo di riflessione sui giovani,  le dinamiche che li spingono alla radicalizzazione politica, ma anche sociale.

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